Foto di repertorio
in foto: Foto di repertorio

Per anni ha subìto la violenza del fratello maggiore e del padre perché si era ribellata alla sua famiglia, di origine pakistana. Fatima, questo il suo nome di fantasia da quando vive in una casa protetta, nel 2018 ha trovato il coraggio di denunciare e ieri si sono aperte le porte del tribunale per il fratello 27enne, a processo con l'accusa di violenza sessuale aggravata. Il padre, che dovrà rispondere invece di maltrattamenti, verrà giudicato con rito abbreviato.

A 8 anni le prime violenze: due anni fa decide di denunciare

Nel corso della prima udienza la ragazza è salita sul banco dei testimoni e ha raccontato ai giudici e al pubblico ministero Antonio Bassolino i lunghi anni di violenza: Fatima, come riporta l'edizione bresciana de "Il Giorno", era segregata in casa perché donna con l'unico permesso di uscire per andare a scuola. E poi gli abusi e le botte: a soli 8 anni aveva iniziato a subire violenze sessuali dal fratello maggiore tre volte alla settimana. Solo quando inizia a frequentare le scuole medie, durante una lezione di educazione sessuale, Fatima si rende conto della condizione in cui viveva. Non potendo contare neanche sull'aiuto della madre, completamente sottomessa al marito, ha trovato il coraggio di chiedere aiuto all'associazione "Casa delle donne" due anni fa, quando ha scoperto che la sua famiglia le stava organizzando un matrimonio combinato con un parente in Pakistan.

Ora la ragazza vive in una casa protetta fuori regione

Oggi Fatima, che viveva con la famiglia a Tavernole sul Mella da quando era arrivata in Italia negli anni 2000, vive in una casa protetta fuori regione. Si è diplomata e si è laureata. E ora avrà giustizia: per far luce sui fatti anche il tribunale dei minori ha aperto un processo parallelo a quello iniziato ieri. Una storia con un esito ben diverso rispetto a quello di altre due ragazze, sue connazionali: Hina Saleem e Sana Cheema. Hina venne uccisa nel 2006 dal padre a Sarezzo, nel Bresciano, e poi seppellita nell'orto da altri parenti. Resta ancora senza colpevoli invece l'omicidio di Sana Cheema, uccisa a soli 25 anni. Anche lei sognava una vita felice a Brescia con il ragazzo italiano che amava. Una relazione che però la famiglia non approvava.