Assolto dall’omicidio di Lidia Macchi, impugnato ancora il risarcimento per Stefano Binda per “colpe gravi”

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Stefano Binda
La procura generale milanese ha impugnato per la terza volta il risarcimento per Stefano Binda, riconosciuto innocente in via definitiva nel 2021 rispetto all’omicidio dell’amica Lidia Macchi, uccisa il 5 gennaio 1987. L’ultima volta che la Corte d’Appello si era espressa, era stato riconosciuto a Binda un risarcimento pari a 212mila euro. Secondo la procura generale, le condotte di Binda sarebbero gravi da far annullare completamente il risarcimento.

La procura generale di Milano ha impugnato per la terza volta il risarcimento per Stefano Binda e ha fatto ricorso in cassazione. Binda aveva trascorso tre anni e mezzo in carcere – dal  2016 al 2019 – per l'omicidio dell'amica Lidia Macchi il 5 gennaio 1987, quando era stata accoltellata 29 volte, a Cittiglio. Il 59 enne di Brebbia è stato poi riconosciuto innocente in via definitiva nel gennaio del 2021, quando la Cassazione ha respinto i ricorsi contro la sentenza d'appello e gli era stato concesso un indennizzo pari a 212mila euro. Nel terzo ricorso contro il risarcimento si prospetta la tesi che non solo ci siano state della condotte colpose da parte di Binda (che avrebbero fatto ridurre la cifra da 313 a 212mila euro), ma che queste condotte siano state gravi da far annullare l'intero risarcimento.

I giudici si sono espressi per tre volte sulla cifra da risarcire. La Corte di Cassazione ha infatti annullato per due volte i provvedimenti sul diritto al risarcimento rimandandoli alla Corte d'Appello e motivando la scelta con "i profili di colpa che non erano stati adeguatamente valutati". Nel suo ultimo pronunciamento la corte d'Appello non aveva ravvisato profili colposi, con la sola eccezione di una doppia "imprudenza". La lettera del 9 gennaio 1987, in cui era scritta una sua frase: "Caro Stefano, sei fregato! Dovrebbero strapparti gli occhi o strapparteli con le tue mani per quello che hai visto, quello che hai visto l’hai visto tu" e a fianco la fotografia di Lidia Macchi.

Il testo e la foto  avrebbero "indotto il gip a interpretarlo come una sorta di  confessione e comunque ad attribuirgli una valenza autoindirizzante". Le due condotte erano colpose per l'ordinanza, ma "lievi". Per questo la cifra era stata decurtata ma non annullata rispetto ai 313 mila euro iniziali: la Corte d'Appello aveva confermato l'indennizzo da 212mila euro, pari al 70 per cento di quella cifra, "per riconosciuta colpa lieve". Come dichiarato dallo stesso Binda a Fanpage.it: "Hanno concesso il risarcimento, ma è stato di nuovo decurtato per una sorta di imprudenza: e cioè una mia frase che, secondo i giudici, avrebbe indotto il gip ad arrestarmi".

Oggi si apre un nuovo capitolo sulla vicenda. Secondo la procuratrice generale Laura Gay, nell'ultima ordinanza milanese le linee indicate dalla Cassazione non sarebbero state osservate. In questo terzo ricorso della procura generale si ritengono le condotte di Binda non solo colpose, ma gravi da far annullare l'intero importo. Ora la Cassazione dovrà pronunciarsi per la terza volta.

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