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Andavano a uccidere civili per svago a Sarajevo nel weekend: accertamenti su altre 4 persone per i “safari umani”

Nell’inchiesta “Safari umani” coordinata dalla Procura di Milano, l’elenco degli indagati potrebbe allungarsi. Intanto sono in corso accertamenti su almeno altre quattro persone.
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Il muro di auto costruito dai cittadini di Sarajevo per proteggersi dai cecchini (foto da LaPresse)
Il muro di auto costruito dai cittadini di Sarajevo per proteggersi dai cecchini (foto da LaPresse)

I contorni della vicenda sono ancora poco chiari, ma a poco a poco emergono sempre più dettagli su una pagina di cronaca raccapricciante che riguarda i cosiddetti "cecchini del weekend" o "turisti della guerra", cittadini italiani e stranieri che pagavano per andare a sparare ai civili a Sarajevo tra il 1993 e il 1995 durante la guerra nell'allora Jugoslavia, in quelli che sono stati definiti veri e propri"safari umani". 

Secondo quanto emerge dalle prime informazioni diffuse, il primo italiano che la Procura di Milano avrebbe iscritto nel registro degli indagati – con l'accusa di omicidio volontario continuato e aggravato dai motivi abbietti – sarebbe un uomo di 80 anni, residente nella provincia di Pordenone. Ex autotrasportatore ormai in pensione, nostalgico dell'estrema destra e appassionato di caccia. Lunedì prossimo, 9 febbraio, è atteso il suo interrogatorio davanti ai pm. 

Ma l'80enne della provincia di Pordenone non sarebbe il solo responsabile di questo crimine. Stando a quanto si apprende, l'elenco degli indagati rischia di allungarsi. Al momento però sono ancora in corso ulteriori accertamenti, da cui emergerebbe il coinvolgimento di altre persone di diverse regioni e città. Nel mirino ci sarebbero un banchiere di Trieste, un residente nella montagna friulana, un torinese, un milanese e altre cinque persone ancora già segnalati all'epoca dai servizi segreti.

La Procura è attivamente impegnata per cercare di ricostruire più nel dettaglio possibile la vicenda. Nell'ambito delle indagini infatti verranno in primis analizzati e passati in rassegna documenti di viaggio e registri ai valichi di frontiera. In particolare, l'attenzione si è concentrata sul recupero di vecchi biglietti aerei, ma anche dei passaggi in auto dai valichi – per i quali era richiesto il passaporto – che allora separavano in modo netto l'Italia dai Paesi balcanici. Questi certificati, se recuperati e verificati, potrebbero confermare la presenza di alcune persone ora sotto la lente dell'inchiesta coordinata dal procuratore capo Marcello Viola e dal pubblico ministero Alessandro Gobbis.

Per quanto riguarda il numero delle persone coinvolte, la criminologa Martina Radice aveva dichiarato a Fanpage.it che gli italiani coinvolti nella vicenda sarebbero "oltre il centinaio". Stando a quanto riferito anche dalla giornalista bosniaca Mensura Burridge in un'intervista a Fanpage.it, i cecchini non arrivavano solo dall'Italia, ma anche da altri Paesi europei come Inghilterra e Germania. "Chi arrivava dall'occidente passava soprattutto per Milano e Trieste", aveva spiegato: "Da lì prendevano l'aereo per Belgrado e arrivavano nel territorio occupato dalla Serbia con i fuoristrada o gli elicotteri".

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