
L’immagine è quella delle vetrine dei negozi ancora addobbate ma chiuse perché ormai non ci entra più nessuno. Espongono i festoni di Natale, la neve finta. I manichini indossano ancora vestiti scintillanti per il veglione di capodanno. Ma le luci sono spente e la serranda è abbassata: dentro non c’è nessuno.
Appariva così ieri piazza Duomo a Milano, uno spazio espositivo a cielo aperto e incredibilmente deserto. L’installazione per le Olimpiadi, un albero di Natale e altre trovate commerciali accese ma inaccessibili. Tutto intorno alla piazza cordoni di poliziotti in tenuta antisommossa impediscono l’accesso. Qualcuno entra, talmente pochi che neanche si vedono in uno spazio così ampio. Fuori la gente si accalca e non capisce perché una parte di città gli sia preclusa. Così come gli sono precluse sempre più cose a Milano. La metafora del capodanno è chiara: “Guardate che l’anno prossimo per voi non cambierà nulla: qui ci puoi abitare, ma non vivere”.
Così come tutto l’anno a te che vieni dalle periferie, che stenti ad arrivare a fine mese, che sei “un maranza” è preclusa la possibilità di vivere in una casa dignitosa, di accedere a uno svago come una pizza fuori il sabato sera (sapete quanto costano i ristoranti a Milano?), di andare in vacanza o di fare sport (quasi tutte le piscine comunali sono ancora chiuse), anche a capodanno ti è impedito di festeggiare. Se non a casa tua o comunque in periferia.
Certo questo diritto negli scorsi anni non sempre e non tutti l’hanno saputo utilizzare: le storie di violenze e molestie in piazza Duomo le ricordiamo ancora. Ma il modo per impedirle è proibire il capodanno? Pensate davvero che, così, questi ragazzi siano meno incazzati? Pensate davvero di aver risolto ancora una volta il problema con la repressione?
E con questa scusa centinaia di poliziotti stanno lì, in realtà, per proteggere le cose dalle persone. Uomini e donne in divisa impediscono che altri uomini e donne possano distruggere le installazioni ben pagate dagli sponsor. Ma le forze dell’ordine non dovrebbero difendere prima di tutto le persone? Non a Milano dove le cose hanno più valore delle persone, dove costruire palazzi non serve a dare una casa alla gente ma a rafforzare asset finanziari, dove le aziende non servono a creare beni e dare lavoro ma a spostare soldi.
A mezzanotte e mezza la piazza è già vuota, la gente accalcata fuori alle sbarre inizia a diradarsi, un po’ delusa e un po’ frustrata, mentre campeggia sulla loro testa un’enorme insegna luminosa con la scritta “Happy New Year”. È l’addobbo della Rinascente e risulta incredibilmente stonato sopra quelle persone per cui non sarà un buon anno, gli è appena stato ricordato. Chi si occuperà di loro quando l’indomani mattina si renderanno conto di essere stati esclusi di nuovo? I poliziotti sono contenti perché il servizio di ordine pubblico è andato bene, i netturbini stanno già pulendo la piazza. L’apparenza è salva, le frustrazioni nelle persone restano.
Nel silenzio si sentono la musica e i festeggiamenti arrivare dalla terrazza di un locale che affaccia proprio sul Duomo: a loro è consentito stare lì. Hanno pagato. E così Milano inizia il 2026 confermandosi la città delle cose e non delle persone, tranne quelle che possono permettersi di comprarla.
