L'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc) è più operativa che mai. Ma, esattamente, nonostante il nome lo suggerisca, di cosa si occupa nello specifico? E qual è il suo modus operandi? Come sfrutta tutto ciò che viene confiscato ai criminali? Per rispondere a tutte queste, e altre, domande, Fanpage.it ha interpellato il responsabile dell'Agenzia dell'area Nord dell'Italia (che va dalla Valle d'Aosta al Friuli Venezia Giulia), Roberto Giarola.

La riassegnazione dei beni confiscati: Un ritorno in favore della comunità

"L’Agenzia nazionale è stata istituita con il codice antimafia per valorizzare una delle grandi intuizioni che era a monte di tutta la legislazione di contrasto alla criminalità organizzata", spiega Giarola, riferendosi ai "beni che venivano acquisiti dalle persone che avevano commesso questi tipi di reati" che in qualche modo "dovevano avere una finalizzazione ed essere restituiti alla comunità". I beni confiscati, per la cui gestione l'Agenzia subentra in caso di sentenza in Appello, in attesa di eventuale terzo grado, o con la definitività (dopo quindi il giudizio della Cassazione), "devono trovare una nuova vita e questa nuova vita avviene mediante la assegnazione in uso agli enti territoriali per finalità che possono essere pubbliche o sociali". Cosa significa? Significa che, continua ancora Giarola, "il principio che guida l’Agenzia nella valutazione di queste finalità è il massimo ritorno alle comunità". Fino a poco fa era possibile assegnare i beni confiscati solo tramite gli enti territoriali, che fossero Province, Comuni o Regioni, ma "nel 2017 una recente modifica della norma ha ulteriormente potenziato questa finalità – aggiunge Giarola – prevedendo che agli enti del terzo settore potessero essere assegnati anche in forma diretta".

Il primo bando nazionale diretto agli enti del terzo settore

Ciò significa che tutti gli enti del terzo settore, ovvero quelle associazioni no profit che operano sul suolo italiano, possono aggiudicarsi un bene confiscato (solitamente un immobile) partecipando a un bando che è stato lanciato per la prima volta nel nostro Paese alla fine di agosto e chiuderà a ottobre. Certamente quasi tutti i beni confiscati hanno un valore commerciale ma non è detto che possa mantenersi o incrementarsi nel tempo: a volte può ridursi. Per questo motivo il responsabile dell'area Nord dell'Agenzia spiega che "non li abbiamo identificati in base al loro valore, bensì in base alla loro potenziale utilità". Che, tradotto, significa che all'Agenzia "interessa che l’associazione che si presenta per acquisire uno dei nostri beni abbia un progetto convincente, utile per la comunità e sostenibile nel tempo". Quanti sono i beni in gestione dell'Agenzia, oggi? "Circa 15.000 immobili a livello nazionale", spiega ancora Giarola che mentre snocciola i numeri, ne fornisce alcuni di molto interessanti: "Di questi 15.000, 3.200 sono nella competenza della nostra area (Nord, ndr), e di questi 3.200, 1.741 sono di competenza del territorio della regione Lombardia". Poco più della metà dei beni sul territorio lombardo sono nell'area della Città Metropolitana di Milano.

Convenzione con Regione Lombardia: Beni destinati al disagio abitativo

In Lombardia, oltre ai 3.200 beni immobili, l'Agenzia gestisce anche 9.000 veicoli, 3.000 beni mobili, quali preziosi e collezioni d'arte, e circa 3.000 aziende. A Milano, nel bando indetto a fine agosto che scade a ottobre, ci sono due appartamenti, "uno in corso Venezia e uno in via Giuditta Pasta", spiega Giarola. A chi si chiede infine se tali appartamenti, locali, immobili di vario tipo non possano essere destinati all'utilizzo diretto dei cittadini che hanno bisogno di una sistemazione domiciliare, il responsabile dell'area Nord dell'Agenzia beni confiscati spiega che si sta "definendo con Regione Lombardia una convenzione pilota che metterà insieme" non solo la Regione, ma anche tutta la rete Aler e l'Anci (comuni lombardi) "per far sì che da un lato gli Aler offrano un supporto tecnico ai Comuni" e dall'altro "potrebbero diventare direttamente gestori di parte del patrimonio per destinarlo per esempio ad alloggi di edilizia residenziale piuttosto che al disagio abitativo".