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Sparatoria Rogoredo

Abderrahim Mansouri ucciso da un poliziotto a Rogoredo: la ricostruzione dell’omicidio minuto per minuto

La ricostruzione minuto per minuto dell’omicidio di Abderrahim Mansouri, ucciso dal poliziotto Carmelo Cinturrino il 26 gennaio 2026 a Rogoredo, nella periferia di Milano.
A cura di Enrico Spaccini
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Abderrahim Mansouri
Abderrahim Mansouri
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Erano le 18:31 di lunedì 26 gennaio quando, lungo un sentiero che da via Impastato si inoltra in una delle aree verdi attorno al capolinea San Donato della linea gialla M3 della metropolitana di Milano, il medico legale ha constatato il decesso di Abderrahim Mansouri. Il 28enne, conosciuto come "Zack" ed esponente di una delle più importanti delle famiglie legate al mondo dello spaccio, era stato ferito sopra la tempia destra da un proiettile di pistola esploso da Carmelo Cinturrino. Il 42enne, assistente capo della polizia di Stato in servizio presso il Commissariato di Mecenate, ora è indagato per omicidio volontario, perché la versione della "legittima difesa" che ha sostenuto durante il primo interrogatorio sembrerebbe non essere più credibile. Per capire meglio cos'è accaduto tra le sterpaglie del bosco di Rogoredo, bisogna ricostruire minuto per minuto le vicende che si sono susseguite in quel pomeriggio.

Il luogo nei pressi del quale è avvenuto l’omicidio di Abderrahim Mansouri
Il luogo nei pressi del quale è avvenuto l’omicidio di Abderrahim Mansouri

L'arrivo di Cinturrino in via Impastato

Cinturrino era arrivato in via Impastato intorno alle 17:20. Come ha spiegato lui stesso durante l'interrogatorio con il pm Giovanni Tarzia, che coordina le indagini affidate agli investigatori della Squadra Mobile, fino a pochi minuti prima il 42enne si trovava in piazzale Corvetto, da solo, in un "servizio di osservazione, in appostamento". Alle 17 avrebbe ricevuto una chiamata da parte di alcuni colleghi e, salito in auto, aveva raggiunto gli altri agenti nei pressi dell'area boschiva di Rogoredo.

Una volta arrivato in via Impastato, aveva notato alcuni colleghi impegnati nel fermo di un presunto spacciatore. Insieme ad altri poliziotti, che come lui erano in borghese, Cinturrino aveva deciso di "fare un giro" nei paraggi, aggiungendo che siccome era "molto conosciuto in zona" si era alzato il cappuccio in testa "per non farsi riconoscere". In quei minuti si sarebbe verificato l'incontro con le "due figure": una si sarebbe allontanata, l'altra invece si sarebbe avvicinata a loro. Il 42enne ha, poi, dichiarato di aver intimato a quel soggetto, che aveva riconosciuto in "Zack", di fermarsi e, vedendo che gli stava puntando contro un'arma, aveva fatto fuoco.

Il "buco" di 23 minuti e la chiamata al 118

L'allarme è stato lanciato alle 17:55. Secondo Michelangelo Bruno Casali, medico legale di parte civile incaricato dagli avvocati Marco Romagnoli e Debora Piazza che rappresentano i familiari di Mansouri, all'arrivo dei sanitari il 28enne era ancora vivo. Il suo decesso è stato constatato sul posto alle 18:31, quindi 36 minuti dopo la chiamata al 118.

Come ha spiegato a Fanpage.it l'avvocato Romagnoli, al momento dello sparo Mansouri era al telefono. Pare, infatti, che il suo interlocutore lo stesse avvertendo proprio della presenza della polizia, suggerendogli di scappare. "Ha sentito lo sparo e non riceveva più nessuna risposta da Mansouri", ha affermato il legale, "ha chiuso la conversazione e dopo ha fatto altre chiamate, sempre a vuoto". Il 28enne, ormai, era a terra agonizzante.

Grazie a quella telefonata, avvenuta intorno alle 17:30, gli investigatori hanno potuto calcolare un "buco" di circa 23 minuti tra il momento dello sparo e la richiesta di soccorso. Cosa sia accaduto in quel lasso di tempo è al centro dell'indagine della Procura.

La sera della sparatoria in cui ha perso la vita Abderrahim Mansouri | Foto LaPresse
La sera della sparatoria in cui ha perso la vita Abderrahim Mansouri | Foto LaPresse

Le incongruenze nel racconto di Cinturrino

Come detto, durante il primo interrogatorio con gli inquirenti Cinturrino ha detto di aver sparato "per paura" perché pensava che "Zack" fosse armato. Sin dai primi accertamenti, però, è emerso che la presunta arma che il 28enne avrebbe puntato contro l'assistente capo era in realtà la replica di una Beretta 92: una pistola a salve alla quale era stato rimosso il tappo rosso. Su di essa, non sono state trovate impronte digitali, ma sono stati isolati due profili di Dna ora oggetto di altri esami.

Non solo. Il sospetto degli investigatori è che quella pistola finta, in realtà, sia stata posizionata accanto al corpo di Mansouri solo in un secondo momento, con il preciso intento di sviare le indagini. In quel "buco" di 23 minuti, infatti, alcune telecamere di sorveglianza hanno ripreso l'agente 28enne che era con Cinturrino nell'istante dello sparo allontanarsi dalla scena. Indagato insieme ad altri tre colleghi per falso e favoreggiamento, ha dichiarato che sarebbe stato lo stesso 42enne a dirgli di "tornare in commissariato a prendere lo zaino", ma di non sapere cosa contenesse.

A far emergere ulteriori sospetti sulla versione di Cinturrino, c'è anche l'esame autoptico eseguito sul corpo di Mansouri. Il proiettile che lo ha ucciso, infatti, lo ha raggiunto poco sopra la tempia destra. Secondo gli avvocati Romagnoli e Piazza, questo significherebbe che il 28enne era voltato a sinistra al momento dello sparo e che quindi, ancora, non avrebbe potuto puntare nulla contro il poliziotto.

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