"I libici mimavano il gesto del fucile, come se volessero spararci, poi hanno iniziato a tirarci contro delle patate. Siamo riusciti a schivarle". Alessio Paduano è un fotografo freelance, e si trovava sul luogo della tragedia dello scorso 6 novembre.

Il mare mosso, le onde alte, e i migranti stremati dopo dieci ore di navigazione a bordo di un gommone che appena arrivato in acque internazionali ha iniziato a imbarcare acqua. È finita così la traversata dell'ennesimo barcone proveniente dall'Africa, carico di persone che pur non sapendo nuotare, hanno tentato di raggiungere l'Europa. Questa volta l'epilogo disastroso è stato aggravato da uno scontro tra chi, questi migranti, li avrebbe solo dovuti aiutare e portare sulla terraferma, prima che il mare li inghiottisse. Una contraddizione, pagata a caro prezzo: sono solo 58 quelli che ce l'hanno fatta. Gli altri 50 sono diventati vittime, forse inconsapevoli, di accordi lontani stretti tra due Paesi.

Una segnalazione della centrale di comando della Guardia Costiera, l‘IMRCC di Roma, ha allertato l'ong tedesca Sea Watch, che probabilmente era la più vicina, segnalando il gommone in avaria e sollecitando i soccorsi. Erano circa le 11 e mezza quando la Sea Watch 3, un'imbarcazione che stava compiendo la sua prima missione di soccorso in mare, è arrivata sul posto. La Sea Watch non è stata operativa per alcuni mesi, da agosto. Ma la situazione all'arrivo dei volontari era già fuori controllo: "Il gommone era già stato agganciato dalla motovedetta libica, e c'erano già una decina di corpi, alcuni nudi, che galleggiavano senza vita – ci racconta un testimone dei fatti Alessio Paduano, che si trovava in quel momento a bordo della Sea Watch 3 – Quando due nostri gommoni di salvataggio sono stati calati in acqua abbiamo visto un ragazzo di 23 anni, originario del Camerun, che sembrava stesse peggio degli altri, respirava a fatica, aveva quasi perso conoscenza. I volontari lo hanno salvato. I libici all'inizio sembravano collaborativi, lanciavano alcune corde alle persone in difficoltà". 

Poi, improvvisamente, il caos. Senza un motivo ben preciso i libici hanno iniziato a urlare e a inveire intimando ai soccorritori di andare via. Alcuni migranti hanno iniziato a lanciarsi dalla barca libica, capendo che quella sarebbe stata l'unica disperata via di fuga per non essere riportati indietro. Alcune erano già al sicuro, sulla nave. Ma molte altre persone erano aggrappate alle scalette e alla parte posteriore della nave, ma a stento, a causa del forte vento. "Alcuni erano in grande difficoltà, per loro anche percorrere dieci metri nuotando era quasi impossibile, a causa anche delle cattive condizioni del mare. Non appena hanno visto che alcune persone erano riuscite a raggiungere le due scialuppe della Ong hanno iniziato a mostrare aggressività e a essere violenti". Ma il comportamento dei libici era ambivalente. Da una parte tentavano di cacciare i soccorritori, dall'altro indicavano alcune persone in mare, come se volessero raccoglierne il più possibile. "Forse perché – ipotizza Alessio – ci stava sorvolando un elicottero della Marina Militare italiana, che chiedeva insistentemente ai libici di intervenire". 

I militari libici hanno cercato di trattenere i migranti, anche con la forza, strattonandoli e prendendoli a calci. Alcuni sono riusciti a tuffarsi comunque."Per cause di forza maggiore non siamo riusciti a recuperarli tutti. Quando il nostro gommone si riempiva, durante ogni viaggio trasportavamo nove migranti ripescati, dovevamo fare la spola con la nostra nave, perché altrimenti avremmo iniziato ad imbarcare acqua. Poi i libici si sono calmati e da un momento all'altro sono ripartiti, quando ancora c'erano persone aggrappate alle scalette del loro natante. Persone che sicuramente sono morte, dal momento che si tenevano a galla a fatica anche con i giubbotti di salvataggio. Saranno sicuramente annegati" – Ci spiega Alessio – "Le comunicazioni con i militari erano difficili. Per un attimo siamo riusciti a parlare con la persona che pilotava la loro imbarcazione, alla quale stavamo cercando di spiegare che avevamo ricevuto l'allarme da Roma". 

Famiglie separate, mariti e mogli su imbarcazioni diverse: alcuni sono stati più fortunati, altri sono andati incontro a sofferenze di cui nessuno avrà probabilmente notizia. Erano partiti intorno all'una di notte dalla costa libica, e poi sono stati intercettati dalla Guardia Costiera libica. "Si ha la sensazione che questo sia un gioco organizzato, un accordo sottobanco tra scafisti e autorità libiche. C'è il sospetto che siano proprio i libici a fornire ai trafficanti le imbarcazioni con una scarsa autonomia di carburante. Loro li riportano indietro, affinché i migranti vengano arrestati, e poi debbano pagare un riscatto per uscire. E magari ripagheranno di nuovo degli scafisti per tentare di ripartire". 

Alla fine quelli che sono scampati a morte sicura erano in buone condizioni di salute. Alcuni erano feriti, forse proprio per le botte ricevute o perché avevano battuto la testa mentre annaspavano tra un'imbarcazione e l'altra. "Uno di loro appena è salito a bordo della Sea Watch ha iniziato a vomitare. Erano senza forze, scossi, non riuscivano a parlare. Ma i più gravi fra loro avevano solo la scabbia", ricorda Alessio. Le operazioni di soccorso, sono proseguite in modo concitato nell'arco di mezz'ora. Poi per due giorni, i 58 sopravvissuti sono rimasti a bordo della Sea Watch, gli uomini all'esterno, le donne all'interno delle cabine. Dovevano attraccare a Lampedusa, ma poi non è stato accordato loro il permesso. Alla fine, 48 ore dopo, hanno ricevuto l'autorizzazione di sbarcare a Pozzallo.