Mbarka Mint Essatim, l’ex schiava mauritana, con il marito e i sette figli nella baracca in cui vivono alla periferia di Nouakchott (Erin Conway–Smith)
in foto: Mbarka Mint Essatim, l’ex schiava mauritana, con il marito e i sette figli nella baracca in cui vivono alla periferia di Nouakchott (Erin Conway–Smith)

“Credevo fosse quella la mia famiglia perché non ho mai conosciuto nessun altro”. Mbarka Mint Essatim è un’ex schiava. Fino all'età di 23 anni non ha mai dubitato della sua condizione di sottomessa. Fin da bambina ha sempre servito nella casa del suo padrone, facendo i lavori più duri e umilianti. Trattata come un oggetto, è stata picchiata e violentata per anni. Dagli abusi sessuali sono nate due bambine, che a loro volta sono diventate schiave. E’ riuscita a fuggire solo 2011 ma la sua vita non è migliorata molto.

Essatim è una haratin, l’etnia di quasi la metà della popolazione mauritana. Relegati nel gradino più basso della società, considerati “la casta degli schiavi”, hanno subito ogni forma di sopruso fisico e psicologico. L’uomo che l’ha schiavizzata per anni, invece, fa parte dei mauri, la tribù arabo-berbera da sempre detentrice del potere in Mauritania. “Il mio sogno era andare a scuola e studiare come tutti i miei coetanei – racconta Essatim – ma ero sola e non potevo ribellarmi. Ho sempre vissuto con paura perché mi picchiavano. Mi hanno stuprata e le due figlie che ho avuto mi sono state strappate con la forza e date via come schiave”. Le botte e le molestie sessuali sono finite, tuttavia, la vita per Essatim è una sfida quotidiana in uno dei Paesi africani più poveri. Con sette figli da sfamare, senza un lavoro né istruzione, lei e il marito vivono in una baracca alla periferia di Nouakchott, la capitale mauritana. L’Organizzazione mondiale del lavoro stima che in tutto il mondo 40 milioni di persone siano ancora ridotte in schiavitù. Secondo l’indice Global Salvery, in Mauritania gli schiavi del XXI secolo sarebbe 90mila (il 2% della popolazione). Non esistono dati su quanti siano stati liberati o siano riusciti a fuggire. Di sicuro – come denunciano da anni le Ong – per quelli che hanno “spezzato le catene”, affrontare una nuova vita non è affatto semplice, soprattutto se privi di aiuto.

Schiavitù: l’arma del potere

Manifestazione contro la schiavitù in Mauritania (Gettyimages)
in foto: Manifestazione contro la schiavitù in Mauritania (Gettyimages)

La Mauritania è stato l’ultimo Paese al mondo ad abolire la schiavitù. Lo ha fatto nel 1981. E solo nel 2007 il parlamento ha approvato il reato di schiavitù, punibile – dopo la riforma del 2014 – con pene che arrivano fino a 20 anni di carcere. Questo almeno sulla carta. In realtà, l’ex colonia francese non ha mai sradicato del tutto questa odiosa e ancestrale pratica. Come ricordava Amnesty international, “la schiavitù in Mauritania è un’arma del potere”. “Lo stato e la società – la denuncia dell’organizzazione per i diritti umani – sono dominati da un gruppo etnico, gli arabo-berberi, nomadi, che hanno basato il loro sistema interno proprio sullo schiavismo e sulla sottomissione delle popolazioni negroidi nello stesso loro Paese”.

In Mauritania, la schiavitù è quasi sempre nascosta tra le mura domestiche, rendendo ancora più difficile conoscerne la reale portata. Secondo le Ong, sono le aree più povere, spesso prive di acqua corrente, ospedali e scuole, le più colpite dal fenomeno. L’oppressione assume diverse forme: quella domestica, cioè legata al lavoro non retribuito, la schiavitù dei minori, che oltre ad essere costretti a separarsi dal nucleo familiare d’origine, vengono violati sessualmente, maltrattati sin dalla nascita, abusati e utilizzati come schiavi per discendenza, essendo figli di schiavi.

Biram Dah Abeid, il “Mandela mauritano” che si batte per la fine della schiavitù

Biram Dah Abeid, il "Mandela mauritano"
in foto: Biram Dah Abeid, il "Mandela mauritano"

Negli ultimi anni, però, qualcosa sembra stia cambiando. Grazie anche a persone come Biram Dah Abeid, discendente di schiavi e leader dell’Ira (Initiative de résurgence du mouvement abolitionniste). Conosciuto come il “Mandela mauritano”, Abeid è stato imprigionato e torturato per le sue battaglie contro la schiavitù nel suo Paese. “In Mauritania – ha spiegato – c’è un sistema di apartheid organizzato da parte dell’estrema destra. Schiavisti, razzisti, xenofobi, oscurantisti, anti-neri sono personificati dall'attuale regime di Mohamed Abdel El Aziz, il generale che sta facendo di tutto per mantenere in vita, attraverso la repressione, l’élite arabo-berbera che si giova della schiavitù e del razzismo”. “Anche i figli degli schiavi vengono venduti o regalati – ha aggiunto Abeid – a seconda dell’occasione o della necessità”.

L'apartheid in Mauritania

Gli ex schiavi che riescono a fuggire vivono in baracche
in foto: Gli ex schiavi che riescono a fuggire vivono in baracche

Il governo della Mauritania, da parte sua, nega che l’esistenza della schiavitù. La pensano diversamente gli attivisti, secondo cui, circa 700mila persone sono ancora costrette a vivere alle dipendenze di un padrone. Un numero enorme se si considera che il totale della popolazione non arriva a 4 milioni. Nonostante l’introduzione del reato di schiavitù, dal 2007 i procedimenti penali contro gli schiavisti si contano sulle dita di una mano. A finire in galera, invece, sono proprio gli attivisti come Abeid. Ma a mancare sono soprattutto gli aiuti del governo agli ex schiavi che, senza alcun sostegno, passano dalla sottomissione alla povertà più assoluta. “Ero felice quando ho riacquistato la libertà – aggiunge Essatim – però non possiedo nulla, nemmeno la baracca in cui viviamo”. Accanto a dove vive con il marito e i figli, ci sono altre abitazioni di fortuna popolate da ex schiavi come lei. “Il caso di Mbarka è tipico di quasi tutti i mauritani neri”, ha detto Alioune Sow, un attivista dell’Ira. “Abbiamo scuole e quartieri per bianchi e per neri – conclude Sow – è l'apartheid in cui siamo costretti a vivere”.