Sedici anni per 46 colpi di martello e forbici. È questa la formula del femminicidio di Camilla Auciello, uccisa a soli 35 anni tra le stesse mura dove si trovava anche la figlioletta di tre anni, nel lontano 2011. Il suo caso, che proprio in questi giorni ha visto ricorrere il suo ottavo anniversario, continua a fare discutere proprio per la mitezza della giudizio nei confronti di colui che confessò il crimine, in tempi in cui si invocano pene più severe per gli autori di delitti efferati.

La storia di Camilla comincia a Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari, dove all'età vent'anni la giovane Camilla parte alla volta di Bologna. All'orizzonte per lei c'è l'amore e la possibilità di costruirsi una vita in una regione che offre più opportunità della nativa Puglia, ma Camilla brucia le tappe. A vent'anni, giovane e acerba si sposa con il ragazzo per cui si è trasferita, ma il matrimonio che va avanti per diversi anni in attesa che quella culla si riempia, presto finisce con una separazione consensuale. È un momento difficile, ma Camilla non si perde d'animo. Invece di tornare in famiglia, resta dov'è, a Bologna e si dà da fare lavorando per varie strutture tra cui anche la mensa della Rai e quella della carabinieri di Bologna. Tra piatti fumanti e tavoli da sparecchiare, la ragazza si imbatte in Claudio Bertazzoli, appuntato con una mansione di ufficio, dieci anni più vecchio di lei. Stavolta il matrimonio non è in programma, ma entrambi prendono quel rapporto molto seriamente.

Nel 2008, dopo averla tanto desiderata, finalmente nasce Alessia, un raggio di sole che illumina la vita, ombrosa e incerta, di Camilla. Anche se sono andati convivere a Baricella, a poco più di 6mila abitanti in provincia di Bologna, in una villetta in cui hanno investito entrambi, il rapporto di Pietro e Camilla non sembra improntato al rispetto e alla fiducia. La villa, tanto per cominciare, è stata intestata al solo Pietro, insieme all’auto, acquistata, anche in questo caso con i risparmi di entrambi, ma intestata solo a lui. Non solo si riserva la possibilità di decidere cosa fare dei beni che hanno acquistato insieme, ponendosi al di sopra della propria compagna, ma assume nei suoi confronti un atteggiamento sprezzante (la deride per la sua preparazione culturale) e beffardo (le prenota l'appuntamento per una mastoplastica per farle rifare il seno). A Camilla ormai appare evidente che quell'uomo non la ama, così decide di lasciarlo e chiedere l'affidamento della bambina.

Lui, però, non è d'accordo e tenta di convincerla a lasciar perdere, a lasciar perdere tutto: la richiesta degli alimenti, l'affido della bambina, ogni pretesa, insomma. Camilla non ci sta e tra i due si crea una situazione di insanabile conflitto. Né Camilla né chi le sta accanto, tuttavia, si aspetta che quella situazione possa degenerare, almeno fino al 2 aprile del 2011, quando nel contesto di un litigio Bertazzoli è passato dall'essere un tutore della Legge all'essere un assassino. Forbici e martello sono stati gli strumenti di un massacro senza precedenti, consumato con 46 colpi, scaricati come una gragnola sull'indifesa e minuta Camilla. Quando ha finito, Bertazzoli ha lasciato la piccola Alessia dai genitori e si è costituito. Ai medici legali è stato affidato il duro compito di ricostruire, dall'esame del corpo seviziato della giovane, l'escalation violenta di un uomo normale. Dopo essersi fatto spostare nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, l'unica struttura restrittiva per ex esponenti delle forze dell'ordine in Italia, l'appuntato ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato e condannato a sedici anni di carcere, condanna confermata dalla corte di Cassazione. In suo favore ha giocato il mancato riconoscimento delle aggravanti della premeditazione e dei futili motivi, che invece erano state contestate dall'accusa. Il femminicidio di Camilla Aucellio è ancora oggi ricordato come uno dei fatti di cronaca più agghiaccianti del Bolognese.