Ricordate ancora Alan Kurdi? Oggi avrebbe 14 anni, e per qualcuno è diventato lecito odiarlo

Alan Kurdi oggi avrebbe compiuto 14 anni
Alan Kurdi oggi avrebbe compiuto 14 anni
Alan Kurdi oggi avrebbe 14 anni. Aveva soltanto tre anni quando il suo corpo venne trovato su una spiaggia di Bodrum. E quella maglietta rossa, con i pantaloncini blu e ancora le scarpette ai piedi, diventò parte della nostra memoria. Oggi ricordiamo la sua storia su MAGNETICA, perché al suono di “remigrazione” per qualcuno è diventato lecito odiare anche Alan Kurdi.

Alan Kurdi mi è tornato in mente in questi giorni, leggendo i commenti a “Molti minorenni, una ragazza con 41 di febbre non sarebbe sopravvissuta”: l’equipaggio di TOM racconta un soccorso in mare, un pezzo che ho scritto con la gioia di un soccorso appena effettuato dalla stessa organizzazione con cui mi sono imbarcato anche io, qualche settimana fa, per girare un video per il mio nuovo format MAGNETICA che uscirà in autunno. I commenti, ne ho contati oltre cinquemila, erano sconvolgenti. Sono ancora tutti online. Abbiamo scelto di lasciarli per non coprire la verità sul mondo in cui viviamo, ma per cercare di cambiarlo. Oggi mi costringo all'ottimismo, sì.

Di fronte alla maglietta di Alan Kurdi ci commuovemmo quasi tutti, e chi in quei giorni non si commosse, tacque. Oggi, invece, inveire contro il salvataggio di una ragazzina minorenne e altre 27 persone naufraghe nel Mediterraneo Centrale, è ritenuto possibile. Oggi, parlare di remigrazione e odiare Alan Kurdi, il padre, la madre e il fratellino (madre e fratellino anche loro morti in quel naufragio), è diventato argomento di punta per aumentare i propri voti.

Quel giorno pensammo di aver toccato il fondo. Pensammo che non fosse possibile sprofondare di più, ma ci sbagliavamo.

Alan Kurdi, come l'abbiamo visto tutti: disteso sulla battigia, con il viso rivolto verso il mare.
Per milioni di persone, per la prima volta, la tragedia delle migliaia di uomini, donne e bambini che tentavano di attraversare il Mediterraneo smise di essere una notizia fatta di numeri. Aveva il corpo di un bambino. Aveva le sue scarpe e portava il suo nome: Alan.

Alan era nato a Kobanê, in Siria. La sua famiglia stava cercando di fuggire dalla guerra e di raggiungere un luogo sicuro dove ricominciare a vivere. Quel viaggio, però, finì nel mare.
Morirono anche suo fratello Galip, che aveva cinque anni, e sua madre, Rehan. Sopravvisse soltanto suo padre, Abdullah.
E quando il padre raccontò quello che era accaduto, disse una frase che ancora oggi dovrebbe essere impossibile leggere senza fermarsi: "Mi sono sfuggiti dalle mani".
La barca si era capovolta nel buio. Abdullah cercava di tenere stretta la sua famiglia, ma le onde prevalsero. Riuscì a raggiungere la costa seguendo le luci sulla riva. Ma quando arrivò, Alan, Galip e Rehan non c'erano più.

Undici anni dopo, il mondo continua a vedere bambini morire durante le migrazioni forzate. E forse questa è la cosa più terribile della storia di Alan Kurdi: che quella fotografia, che nel 2015 sembrò scuotere la coscienza del pianeta, non è riuscita a fermare nulla. Da allora il Mediterraneo ha continuato a inghiottire persone. Sono continuati i naufragi. Sono continuate le partenze. L'odio verso chi prova a soccorrere le persone, è aumentato.

E mentre le vittime aumentavano, la cattiva politica ha lentamente cominciato a trasformarle in numeri, e poi in reati.
Un naufragio.
Ventitré morti.
Quarantuno dispersi.
Cento persone salvate.
Trenta persone scomparse.
Numeri che scorrono sui telefoni e nei comunicati (pochi) delle istituzioni.

Alan oggi sarebbe un adolescente. Mia figlia più piccola compie gli anni fra tre giorni, Alan li avrebbe già compiuti. Non sono numeri.

Alan avrebbe avuto una scuola da frequentare, degli amici, una squadra per cui tifare, una canzone preferita. Avrebbe litigato con suo fratello, qualche volta. Forse avrebbe fatto arrabbiare suo padre. E suo padre, c'è da scommetterci, qualche volta avrebbe fatto arrabbiare lui. Forse avrebbe avuto sogni completamente diversi da quelli che immaginiamo noi. Non possiamo sapere chi sarebbe diventato. Sappiamo soltanto che non ha avuto la possibilità di diventare niente.

Eppure, dopo undici anni, continuiamo a discutere delle persone che attraversano i confini quasi esclusivamente come di un problema. "Emergenza". "Invasione". "Numeri da ridurre". "Persone da fermare". "Frontiere". E poi nuovi lemmi come "remigrazione", ormai diventata parola da contrabbando elettorale.

L'Italia contribuisce attivamente a respingere persone nell'inferno libico attraverso accordi strutturali con la Libia, che prevedono anche la donazione di mezzi veloci per intercettare la disperazione in mezzo al mare e riportala in quegli stessi lager dai quali le persone stavano fuggendo.

Ma cosa faremmo noi, se dall'altra parte del mare ci fosse nostro figlio o nostra figlia?
Se, improvvisamente, i nostri bambini ci sfuggissero dalle mani, mentre proviamo a portarli in Europa per una vita migliore?

Alan Kurdi oggi avrebbe 14 anni.
Noi, invece, abbiamo avuto undici anni per decidere che cosa imparare dalla sua morte. E guardando quello che continua ad accadere alle frontiere del mondo, non abbiamo imparato niente.

E allora che senso ha continuare a scriverne, o a realizzare reportage? Si tratta della mania di noi ossessivi verso la ragione. Ogni numero nei bollettini è stato qualcuno che è sfuggito dalle mani di qualcun altro. Una persona che qualcuno, prima o poi, ha cercato. Oltre la metà dei morti non viene identificata, non si riesce, sarebbe impossibile. Ma non provarci sarebbe peggiore. Per questo da una parte c'è Alan Kurdi, ma poi – come racconta Cristina Cattaneo, medica e antropologa, professoressa ordinaria di Medicina legale, cercare di "identificare i morti è fondamentale per i vivi".

E fra i morti non identificati, trovare comunque dei segni che li caratterizzano: dall'Eritrea un ragazzo con in tasca un sacchetto di terra del suo Paese. Un altro, proveniente dal Ghana, con addosso una tessera della biblioteca. Non sono Alan Kurdi, ma sono come lui. Per questo ha senso continuare a conoscere le loro storie, quando non è possibile conoscere anche i loro nomi.
Al liceo Cavalleri a Parabiago, provincia di Milano, il 20 settembre di qualche anno fa è stata posta una pietra d'inciampo dove è scritto: "Qui aspettavamo il giovane del Mali morto annegato il 18 aprile 2015 portando una pagella sul cuore. Ogni insegnante giusto lo avrebbe accolto". Era un ragazzo proveniente dall'Africa, di quattordici anni, non identificato. Nella tasca interna della giacca aveva piegato in modo accurato la sua pagella, in arabo e in francese, per dimostrare all'Europa che lui era bravo.

L'Europa, ancora, deve dimostrare di essere brava almeno la metà di quanto lo era lui.

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