in foto: Foto di repertorio

Referendum lombardo veneto. Scusate se mi permetto di non soffermarmi sui dati di affluenza, malfunzionamenti elettronici, risultati al di sopra o al di sotto delle aspettative e se mi concedo il lusso di non commentare presunti partiti democratici e di centrosinistra che partecipano fieri al balletto della propaganda: ci sarebbe da compiere un'analisi sui regionalismi e sulle evidenti riforme necessarie nei rapporti tra Stato e Regioni se davvero stessimo parlando di un atto politico ma qui siamo di fronte a un lifting leghista tanto per sputare un po' di favole sul nord e quindi si rischierebbe di andare fuori tema: essere seri di fronte a un referendum dal valore nullo rischierebbe addirittura di legittimarlo. E allora no, meglio di no.

Trovo interessante, piuttosto, quest'aria che tira in Europa (e non solo) che ripropone la ciclica moda delle piccole patrie come soluzione della crisi, inconsapevoli del fatto che il "restringimento" delle responsabilità (come dei doveri e dei diritti) in realtà sia il termometro di un un federalismo ancora più appuntito e inquietante del borbottio su Roma ladrona di queste ora: lo chiamerei "federalismo delle responsabilità", un "liberi tutti" per chi, attanagliato dalla sfiducia, ritiene più comodo concedersi una solidarietà limitata senza sentire il peso di un bacino troppo vasto.

Mi spiego: il gioco sta tutto nell'innescare l'idea che non siano la macro ragioni economiche e politiche a causare l'impoverimento e la disperazione (nel senso letterale, del perdere la capacità di produrre speranza) ma piuttosto che siano le pretese degli altri disperati impoveriti ad essere un pericolo, come se sia il sovrannumero di poveri, disoccupati e impauriti a creare povertà, disoccupazione e paura. E un trucco semplice, quasi ancestrale, che carica lo spazio e il tempo di timori tali da spingere a un arroccamento (regionale, in questo caso) percorrendo la soluzione semplice dei chiudere i problemi "fuori dalla porta" come se davvero, ancora oggi, la porta esistesse davvero. Il tema quindi, sotto le mentite spoglie di una trattativa del accordi con lo Stato centrale, in realtà si risolve in un recinto dove poter credere di non essere toccati dal mondo, come se il mondo là fuori sia qualcosa a cui non potere rispondere al telefono come un amico molesto qualsiasi.

Autonomia, indipendenza e tutto il vocabolario leghista (ma non solo, in fondo è il prontuario di qualsiasi sovranista da destra a sinistra) sono semplicemente i cerotti sul condono che ci permette di accontentarsi di una serenità che si faccia via via sempre più piccola purché risulti pulita dalle infiltrazioni esterne: assistiamo così alla proliferazione di persone che si sentono tranquille se la propria Regione è sana e tranquilla; gente che è serena se il proprio quartiere non soffre di particolari problemi e non conta il resto della città; cittadini che si accontentano della pace condominiale come ambiente sociale di cui prendersi la responsabilità.

E tutto intanto si stringe. E le piccole patrie, sempre più piccole, sembrano dare l'idea di richiedere meno sforzo, di essere meno impegnative mentre la solidarietà (o la politica, oltre alla semplice amministrazione) diventano vezzi buonisti che non ci si può permettere e che minano la sicurezza e la serenità dei nostri affini (in cerchie sempre più strette, anche loro, come se la tranquillità dei propri parenti valga ben più di qualsiasi ragion di Stato o di qualsiasi crisi umanitaria).

L'aria melmosa che si respira dietro certo referendum è proprio questa: il nervo della paura che chiede piccole patrie. E i piccoli politici intanto ringraziano.