Anno 1976: in Italia si è insediato il quarto governo Moro e in edicola si vende la prima copia del quotidiano ‘Repubblica’. A Milano vengono arrestati i brigatisti Renato Curcio e Nadia Mantovani mentre il movimento Lotta Continua, di cui nel 1972 era diventato il leader indiscusso un giovane Adriano Sofri, si sta preparando a partecipare alle elezioni della primavera. Sono passati cinque dall’omicidio di Milena Sutter, una ragazzina di 13 anni rapita e uccisa. La memoria di quel brutale omicidio è ancora viva nella coscienza del Paese, quando un altro delitto sconvolge l'Italia.

L'omicidio di Margherita Magello

Alle 18 di un freddo 20 gennaio, un’auto si ferma davanti alla villetta al numero 27 in via Faggin, nel quartiere  di Arsella. Le luci sono accese, la porta è aperta e non è un buon segno, perché quella è la casa in cui vive una giovane studentessa di 24 anni, Margherita Magello. Sua madre, Maria Giuseppina Rossi, passata a controllare che la figlia stia bene, sente raggelare il sangue di fronte a quella scena sinistra. Soffocando la paura si fa avanti chiamando il nome di Margherita, ma nessuno risponde. Con lei c'è il  tenente dell'aeronautica Paolo Cesare Cagni, 28 anni, l'inquilino che occupa l'appartamento al secondo piano della villa insieme alla moglie e ai figli, incontrato sul pianerottolo mentre rincasava. Avanzando nella casa  vuota i due si imbattono in una scia di sangue che conduce dritta a una minuscola cabina armadio, dove, rannicchiato, c'è il corpo di una giovane donna. È Margherita.

‘È morta tra le mie braccia'

Nella caserma dei Carabinieri di Padova, dove è giunta la notizia di quel ritrovamento, c'è un gran fermento. I militari sono impegnati con un nuovo terribile caso, quando fa capolino, accompagnato dal suo avvocato, un giovane alto e grosso dall'aria preoccupata. Ha 19 anni, si chiama Massimo Carlotto, è uno studente e ha qualcosa di molto importante da dire. Quella ragazza, Margherita Magello, trovata straziata da 59 di coltellate, nuda, sul pavimento della sua casa in via Faggin, è morta tra le sue braccia. Sono le 22, circa quattro ore prima – in un'orario compatibile con quello del decesso – quel ragazzo alto dall'aria ingenua racconta di aver percorso in bicicletta via Faggin, la strada dove, al numero 27, abita sua sorella insieme al marito, il tenente Cagni. Richiamato dalle grida di una donna, racconta di essere accorso al primo piano della villetta e di essere entrato nell'appartamento della coinquilina dei suoi parenti. La porta era aperta. Riversa sul pavimento c'era la 24enne, colpita a morte, ma ancora viva, che, racconta Massimo, avrebbe pronunciato un'ultima frase, spirando tra le sue braccia: "Che fai? Io ti ho dato tutto". Invece di soccorrerla – dice ai carabinieri – è corso via, cercando dapprima la fidanzata e poi alcuni amici. Questi gli consigliano di contattare un avvocato e di andare a riferire l'accaduto ai carabinieri. Dopo aver telefonato al padre, eccolo lì, di fronte a loro, a raccontare quella strana storia.

Politica, lotta armata e omicidi

Troppe sono le stranezze di quella versione: perché, udite le grida, il giovane si è precipitato in casa senza allertare i carabinieri? Perché, di fronte alla ragazza morente, non ha chiamato i soccorsi? Perché ha aspettato tanto per denunciare l'accaduto e poi, perché stava percorrendo quella strada? Il ragazzo, spiega, stava facendo delle indagini per un'inchiesta sullo spaccio di droga, per conto del ‘movimento'. Quel ragazzo alto, infatti, è un militante di Lotta continua, una delle principali formazioni della sinistra extraparlamentare italiana di quegli anni. Di segno comunista e rivoluzionario, il movimento avrebbe visto in futuro molti dei suoi principali esponenti diventare delle icone del mondo dell'informazione e della letteratura. Dalle fila di LC si distingueranno Gad Lerner, Paolo Liguori, Giampiero Mughini, Toni Capuozzo, Adriano Sofri e Erri De Luca, ma anche Alceste Campanile (ucciso il 12 giugno 1975), Marco Donat Cattin e futuri politici come  Mimmo Pinto e Gianfranco Micciché, dirigente di Publitalia e poi sottosegretario di Stato.

Chi è Massimo Carlotto

Lo studente è incensurato, proviene da una rispettabile famiglia padovana e, sebbene aderente a LC, non è mai stato fermato per reati di matrice politica. Tuttavia proprio su di lui cadono immediatamente i sospetti degli investigatori. Altro che testimone – secondo le impressioni degli inquirenti – quello sembra piuttosto il racconto di chi sulla scena del delitto ha avuto altro ruolo. Sui vestiti di Carlotto, intanto, vengono rilevate tracce del sangue di Margherita. Sono residui minimi e l'assassino, in effetti, avendo sferrato ben 59 coltellate, deve essersi sporcato molto di più. L'autopsia eseguita giorni dopo permette di risalire all'ora della morte, pressappoco la stessa a cui il giovane riferisce di aver fatto la scoperta. Margherita è stata colpita con ferocia inaudita, ha lottato, ma è morta subito dopo i primi fendenti e non tra le braccia del giovane attivista, secondo i medici legali. La ragazza –  colpita mentre usciva dalla doccia – non ha subìto aggressioni sessuali. Anche la scena del crimine fornisce una chiave di lettura del caso. Dai rilievi non risultano segni di effrazione, pertanto, concludono gli esperti, la ragazza ha aperto la porta al suo assassino. All'interno della casa si trovano altri elementi da esaminare: un fustino di detersivo in polvere con una traccia di sangue che potrebbe non appartenere alla vittima e un pelo, stretto, quest'ultimo, tra le mani di Margherita. L'indiziato principale è Massimo Carlotto, che viene arrestato.

Il fuggiasco

La vicenda processuale di Carlotto sarà segnata da 50 perizie e circa 10 processi. Pochi giorni prima della condanna definitiva, nel 1977, Massimo Carlotto decide di fuggire e sottrarsi alla pena. Su di lui pende un mandato di cattura internazionale, così, per eluderlo, Carlotto si sposta continuamente cambiando ogni volta identità. Prima è Bernard, un impiegato parigino, poi è Lucien, turista che scala i Pirenei in bicicletta e infine è Max uno studente di storia a Città del Messico. Il suo caso colpisce profondamente l'opinione pubblica, nella quale c'è una larga fetta che lo accusa di godere della speciale protezione dell'Intellighenzia italiana e non solo. Nel 1986 lo scrittore brasiliano Jorge Amado, infatti, dalle pagine di ‘Le Monde' lancia un appello per chiedere la revisione del processo insieme ad altri intellettuali. Tra i firmatari ci sono anche Nilde Iotti, Norberto Bobbio e Ferdinando Imposimato. Lo scopo è quello di ottenere la revisione del processo sulla base di nuovi elementi probatori. Si tratta di un'impronta di scarpa sul corpo di Margherita, il pelo stretto tra le sue dita e la traccia di sangue sul fustino di detersivo. Intanto Carlotto viene catturato per delazione ed estradato. Accordata, la revisione non dà i risultati sperati. La sentenza, che non può tenere conto di alcune prove andate misteriosamente distrutte, conferma la condanna a 18 anni di reclusione. Disperati, i genitori di Carlotto chiedono la grazia all'allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Ciò comporta un'ammissione di colpevolezza alla quale Massimo Carlotto non si piegherà, continuando a professarci innocente. Nondimeno Scalfaro concede la grazia e l'ex militante, dopo quasi vent'anni di processi, può tornare a una vita normale.

Da latitante a scrittore. Di noir

Nel 1994, un anno dopo la concessione della grazia, Massimo Carlotto esordisce sulla scena letteraria con il Il fuggiasco, l'autobiografia dei suoi anni da latitante. Il romanzo diventa un successo decretando la fama di Carlotto come scrittore emergente di noir, un genere in cui diventerà in pochi anni un riferimento. Inizia una fervente attività giornalistica intervenendo sui temi della politica e della giustizia. Diventa noto per la saga de ‘l'Alligatore' che ha come protagonista il personaggio dell'investigatore privato Marco Buratti, per quella delle Vendicatrici e quella dedicata a Giorgio Pellegrini. A 41 anni dall'omicidio la famiglia Magello continua a ritenerlo l'assassino di Margherita.