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9 Giugno 2026
12:27

Il problema non è la cornacchia di Pordenone, ma la nostra intolleranza verso la natura

Ogni anno, in tutta Italia, le cornacchie difendono i nidi per appena due settimane. Ogni anno facciamo finta di scoprirlo. E ogni anno, come a Pordenone, le risposte sono sbagliate.

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La cornacchia "aggressiva" di Pordenone è lo specchio di tutto ciò che non va nel nostro rapporto con la natura

C'è una cornacchia a Pordenone che sembra essere diventata il nemico pubblico numero uno di un'intera nazione. In realtà sono con tutta probabilità due (maschio e femmina sono indistinguibili a occhio nudo), ma già questo dettaglio sembra un livello di complessità eccessivo per chi sta gestendo e raccontando questa ennesima e assurda vicenda con protagonista un animale selvatico.

Tutto comincia lo scorso maggio, quando il Comune emette la prima ordinanza di abbattimento dopo alcune segnalazioni di "aggressioni" ai passanti nelle vicinanze di un nido. Il TAR del Friuli-Venezia Giulia ha però sospeso il provvedimento, anche grazie alle pressioni e alle proteste delle associazioni animaliste. La storia ha però fatto il giro dei media, è finita nei talk show pomeridiani, ha prodotto interviste a persone a caso per strada. E come sempre non è stato consultato alcun ornitologo, nessun esperto di comportamento animale.

Quel che sta accadendo a Pordenone non è una notizia. È lo specchio di tutto ciò che non va nel nostro rapporto con la natura e la fauna selvatica.

Perché le cornacchie diventano "aggressive"

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Gli uccelli difendo i propri piccoli nel nido con picchiate e vocalizzazioni, arrivando raramente a beccare

La cornacchia grigia (Corvus cornix) è una delle specie più comuni nelle città italiane. Come gazze, ghiandaie e altri corvidi, è un uccello intelligente, adattabile e fortemente territoriale quando ci sono un nido e i propri piccoli da difendere. Durante il periodo della nidificazione – che in Italia cade più o meno tra aprile e giugno – i genitori difendono infatti attivamente i propri pulli da qualsiasi elemento percepito come minaccia.

Vale per le cornacchie come per i gabbiani (provate a stendere le lenzuola quando c'è un nido in terrazza o sul tetto), le rondini, i merli. Ma vale in realtà per praticamente tutti gli uccelli che nidificano in ambienti urbani, che si comportano semplicemente da genitori.

La difesa consiste principalmente in picchiate ravvicinate spesso accompagnate da vocalizzazioni forti e, nei casi più estremi, beccate. Se una persona, un cane o una bicicletta passa nei pressi del nido, gli adulti intervengono per allontanare quella che percepiscono come una minaccia, attraverso comportamenti di mobbing. Non sono "aggressivi", stanno semplicemente difendendo i propri piccoli e raramente provocano ferite serie: un adulto di cornacchia pesa all'incirca 400 grammi.

Una non-notizia diventata caso mediatico

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Come al solito, si è costruito intorno alla vicenda un enorme caso mediatico

Il "pericolo" che ha richiesto un'ordinanza di abbattimento per garantire la sicurezza pubblica a Pordenone è questo: un uccello delle dimensioni di un piccione robusto che sorvola le teste dei passanti per proteggere i propri piccoli. Comportamento identico a quello che, ogni anno, si verifica in decine di città italiane da nord a sud, senza che quasi mai diventi un caso nazionale. Il problema non è infatti la cornacchia, ma è il racconto che ne abbiamo fatto.

La storia di Pordenone ha seguito un copione già visto più volte: animale selvatico percepito come minaccioso, segnalazioni di residenti, risposta istituzionale sproporzionata, copertura mediatica quasi ossessiva costruita sull'allarme. Lo stesso schema che negli anni ha trasformato i cinghiali di Roma, i gabbiani e i più recentemente i famigerati pavoni di Punta Marina in emergenze nazionali. Ogni volta con le stesse interviste ai passanti spaventati, le stesse dichiarazioni di sindaci e assessori, la stessa assenza totale di voci da parte di esperti.

Quello che questi racconti omettono quasi sistematicamente è prima di tutto il contesto. Le cornacchie non sono diventate aggressive: stanno facendo quello che hanno sempre fatto. Siamo noi ad esserci avvicinati ai loro nidi – con i nostri palazzi, i nostri alberi potati a metà, i nostri parchi urbani – e ad aspettarci che si comportino come se non ci fossimo, perché è questo che vogliamo: ecosistemi urbani senza animali, cosa impossibile.

E c'è un dettaglio un dettaglio apparentemente piccolo che vale la pena sottolineare: le cornacchie nidificano in coppia. Maschio e femmina si alternano nella difesa del territorio e sono identici. Parlare quindi di un singolo animale aggressivo, come se fosse un solo uccello andato fuori di testa, rende già bene l'idea di una situazione quasi estranea dalla realtà e completamente avulsa dal contesto ecologico ed etologico.

Due settimane, poi finisce tutto

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Solitamente, il comportamento territoriale dura appena un paio di settimane

Ma la parte più assurda di tutta questa vicenda è soprattutto un'altra: il comportamento difensivo delle cornacchie dura, nella stragrande maggioranza dei casi, due o tre settimane. Il tempo necessario perché i piccoli crescano abbastanza da lasciare il nido. Dopodiché, i genitori smettono e il territorio non viene più difeso. L'emergenza si dissolve da sola. Un'ordinanza di abbattimento per un fenomeno che termina spontaneamente in quindici giorni non può essere una soluzione. È una risposta emotiva travestita da provvedimento amministrativo.

E mentre qui in Italia si emettevano ordinanze, nel resto del mondo le persone convivono (nella maggior parte dei casi) serenamente con situazioni simili. In Australia, per esempio, vive uno degli uccelli urbani più "aggressivi" e problematici di tutti: la gazza australiana (Gymnorhina tibicen). Ogni anno, durante la cosiddetta "stagione delle picchiate", attaccano ciclisti, cani, bambini con una frequenza e un'intensità ben superiori a qualsiasi cornacchia italiana.

La risposta australiana non è stata però l'abbattimento. Sono nate app di segnalazione che mappano i nidi in tempo reale, campagne di sensibilizzazione nelle scuole, cartellonistica nei quartieri e nei parchi maggiormente interessati. I consigli diffusi sono poi piuttosto elementari: non avvicinarsi ai nidi, cambiare marciapiede, indossare un cappello o un casco da bici nel periodo critico. Niente di più.

Funziona non perché la gazza australiana sia diversa dalla cornacchia italiana, ma perché lì si è scelto di adattare il comportamento umano invece di eliminare l'animale, accentando la fauan come parte integrante degli ecosistemi urbani.

Come andrebbe raccontata la vicenda di Pordenone

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Se non riusciamo a convivere per due settimane con una cornacchia, come vogliamo affrontare la convivenza con i grandi carnivori?

La vicenda di Pordenone andrebbe quindi raccontata per ciò che rappresenta davvero, cioè una questione molto più grande e complessa. Se non riusciamo a modificare leggermente le nostre abitudini per due settimane all'anno – cambiare strada, mettere un cappello, evitare di sostare sotto un albero con un nido attivo – di fronte a un uccello di 400 grammi, con quale credibilità possiamo parlare di coesistenza con lupi, orsi e altri grandi mammiferi? Con quali strumenti culturali pensiamo di affrontare il ritorno dei grandi carnivori in aree sempre più prossime agli insediamenti umani?

La fauna selvatica sta tornando dopo decenni di assenza, anche nelle città. Non è un'invasione, ma è il risultato di decenni di espansione urbana in habitat naturali, di cambiamenti nell'uso del territorio, in alcuni casi di politiche di conservazione che hanno funzionato. E non andrà più via. L'idea che si possa "gestire" ogni singolo caso con un'ordinanza – eliminando l'animale scomodo, ripristinando l'ordine perduto – o che possano esistere città senza animali selvatici è una pericolosa illusione che non fa altro che alimentare i problemi e i conflitti.

Adattarsi quando è possibile a imparare a convivere con questi animali, significa perciò riconoscere che certi fenomeni naturali esistono indipendentemente dalla nostra volontà e che possiamo mitigarli, affrontarli, organizzarci intorno a loro. Ma non eliminarli. Esattamente come facciamo con la pioggia, il caldo eccessivo e il vento. Ci sarà ogni anno una nuova cornacchia, un nuovo gabbiano o un altro animale selvatico "problematico".

E se nel frattempo non avremo imparato niente, se non avremo messo in moto un minimo di consapevolezza naturalistica di base, se non avremo smesso di costruire allarmismi mediatici su comportamenti del tutto normali che esisteranno sempre, ripartiremo sempre da capo. Con un'altra ordinanza. Un altro talk show. Nuove proteste. Senza mai risolvere nulla. Quando invece sarebbe molto più facile ed efficace gestire noi stessi.

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