UN PROGETTO DI
4 Maggio 2026
15:58

Il cane Osso di Michele Serra ucciso dai lupi. Lo scrittore: “Fino a quanti esemplari questo territorio può reggere?”

Il giornalista Michele Serra ha raccontato nella sua newsletter di aver perso Otto, il suo cane da caccia, sbranato da un branco di lupi. Il dolore della perdita condiviso con i suoi lettori e anche una riflessione rispetto alla necessità, a suo parere, di un contenimento di un animale selvativo che è già nel mirino dopo il declassamento da specie "rigorosamente protetta" a solo "protetta"

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Otto era il cane di Michele Serra. A lui aveva dedicato anche un libro, intitolato "Osso, anche i cani sognano". E ora il giornalista e scrittore gli ha dovuto dire addio improvvisamente e a causa di un incontro mortale con un branco di lupi.

A raccontare quello che è successo è stato lo stesso Serra, all'interno della puntata odierna della sua newsletter "Ok, Boomer!" che pubblica su IlPost. Lo scrittore ha una casa in Val Tidone, nell'Appennino ligure-emiliano, in provincia di Piacenza. Lì Otto è uscito in libertà nei boschi e non è più tornato. A scoprire la sua sorte è stato lo stesso Serra: il cane è stato sbranato dai lupi che ha incontrato durante le sue esplorazioni in natura.

Il dolore di chi perde un compagno di vita a quattro zampe è inestimabile. Difficile capirlo per chi non ha la fortuna di condividere l'esistenza con un cane, ma Serra ha saputo ben descrivere che tipo di relazione si crea tra due animali che coesistono da 30, 40 mila anni a tal punto che etologi e scienziati ormai parlano di co evoluzione tra la nostra specie e quella del canis lupus familiaris.

Otto era un cane da caccia e per come Serra ha sempre descritto la loro relazione, le sue motivazioni sono state sempre rispettate dalla sua persona di riferimento. E' assolutamente comprensibile che avesse accesso al bosco e alla possibilità di lasciar andare il suo naso verso gli odori che lo chiamavano all'esistenza, sebbene ciò lo abbia condotto alla morte. Ed è forse questa l'unica consolazione che possiamo augurare un giorno abbracci Michele Serra, la certezza di aver fatto fare ad Otto la vita da cane che meritava.

Il giornalista nel suo condividere un'esperienza drammatica ha anche aperto, però, il fronte a un tema molto delicato rispetto alla tutela del lupo e alla convivenza con il selvatico, pur premettendo di avere tutta consapevolezza di aver lasciato libero Otto di andare e così, in qualche modo, volendo trasferire su chi legge proprio quella necessità di rispettare l'altro e anche a discapito di una sicurezza che ci farebbe stare più tranquilli nel tenere il nostro cane sempre accanto a noi, pur sapendo che non gli stiamo concedendo ciò di cui ha realmente bisogno.

Ma la natura è così come è, senza alcun aggettivo: ovvero né cattiva né buona, e in questa storia per la deriva che ha preso poi la riflessione di Serra i lupi rischiano di passare per i "colpevoli" della situazione.

E' lui stesso, infatti, a aprire una finestra su un dato di fatto, la difficile convivenza con i selvatici da parte degli esseri umani che vivono in zone condivise, che però sembra sottendere già un certo giudizio. Serra è sicuramente mosso dal dolore che sta provando per quanto accaduto ma il suo parere, già solo per la grande eco che ha, dovrebbe essere ben ponderato piuttosto che "gettato in pasto" in un Paese in cui la protezione del selvatico per eccellenza è già decisamente calata rispetto al passato.

Serra infatti prima scrive: "Il mio primo pensiero è stato non si può più vivere qui, me ne vado, ho esagerato, ho sbagliato, la natura è meravigliosa ma troppo dura, esigente. E ora, da qualche anno la presenza incombente dei lupi, caso eccellente di salvaguardia di una magnifica specie che mezzo secolo fa era estinta, prospera”.

Ma poi in qualche modo sembra fare un passo indietro, trincerandosi dietro la proposta di una riflessione comune che, però, appunto rischia di scatenare una reazione a favore di chi i lupi li vuole decimare e non salvaguardare: "Io quassù ci voglio vivere – sottolinea – insieme ai cani e insieme ai lupi, ma fino a quanti esemplari questo territorio può reggere, lo devono stabilire le autorità responsabili. E’ il loro lavoro, il mio è stato seppellire Osso".

Ecco, l'invito alla responsabilizzazione di chi di dovere è senz'altro condivisibile, ma c'è da ricordare a Serra, perché siamo certi che lo sa benissimo, che ad oggi è in corso una strage sistematica di questi animali, per fare un esempio pratico, e in un luogo dove dovrebbero essere tutelatissimi: il Parco Nazionale d'Abruzzo e Molise in cui ne sono stati avvelenati 18 ad oggi nelle ultime settimane.

E poi c'è un aspetto ancora più grande che accennavamo: il recepimento anche in Italia, già attuato, della legge di delegazione europea che, tra le altre disposizioni, contiene anche la riduzione della tutela del lupo da specie "rigorosamente protetta" a solo "protetta".

La morte di Otto o di qualsiasi altro animale o essere umano a causa dell'attacco predatorio di un lupo è un evento drammatico che non va taciuto ma allo stesso tempo non bisogna mai dimenticare ciò a cui lo stesso Serra ha acconsentito, ovvero che il suo cane vivesse una vita in libertà che non è mai priva di rischi ma che sicuramente così merita di essere vissuta.

A differenza di molti animali che vengono tenuti nei serragli, abbandonati nei canili e, anche, a differenza di lupi che vengono appunto avvelenati o braccati come se fossimo ancora nell'800.

Come scrive Michele Serra, del resto, ciò che poi dovrebbe alla fine rimanere al singolo è la consapevolezza di aver fatto tutto ciò che si pensava fosse "il meglio" per il proprio cane. Ma non a discapito di altri animali e per questo chiudiamo condividendo il suo pensiero: "Otto ha avuto una bella vita. Rispetto alla maggioranza dei cani da caccia, una vita bellissima. Sarebbe stato bello poterlo vedere invecchiare. Ora non può più fuggire nei campi rimarrà con noi, nel nostro giardino per sempre”.

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