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8 Settembre 2026
12:12

Ibis sacro, aperta la caccia alla specie invasiva in Toscana e Lombardia tra proteste e rischi per altre specie

L'ibis sacro (Threskiornis aethiopicus) è una specie aliena invasiva e Toscana e Lombardia ne autorizzano la caccia. Ma ambientalisti ed esperti lanciano l'allarme per le modalità di controllo e per il rischio di abbattere altre specie, tra cui il minacciato ibis eremita.

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L'ibis sacro (Threskiornis aethiopicus) è una specie aliena originaria del’Africa e in forte espansione in Italia

L'ibis sacro è un uccello originario dell'Africa che negli ultimi anni si è stabilito anche in Italia, dove si sta espandendo rapidamente. Oggi è considerata una specie aliena invasiva di rilevanza unionale, cioè un animale introdotto al di fuori del proprio areale naturale che può avere effetti negativi sulla biodiversità e gli ecosistemi e che l'Unione europea ha perciò inserito in un elenco di specie sottoposte a specifiche misure di gestione.

Per questo motivo il suo contenimento non è una novità. Ma in Toscana e Lombardia la gestione di questa specie aliena sta facendo molto discutere per il ricorso al prelievo venatorio. Le due Regioni hanno infatti autorizzato la caccia in deroga, una decisione che ha però scatenato forti polemiche sia tra le associazioni ambientaliste che tra gli esperti, che segnalano soprattutto il rischio di confusione con un altro ibis, molto più raro e minacciato: l'ibis eremita.

Perché l'ibis sacro viene considerato un problema

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L'ibis sacro può competere con le specie autoctone e predare uova e pulcini di uccelli protetti

Il punto di partenza è molto concreto e reale, oltre che normativo: l'ibis sacro (Threskiornis aethiopicus) è una specie aliena che non dovrebbe essere presente in Italia e va quindi gestito. Il motivo principale è legato alla sua invasività, che minaccia biodiversità, ecosistemi ed economia. Le specie aliene, inserite in un territorio lontano dal proprio areale, possono infatti creare molti danni a quelle autoctone, agli ecosistemi o all'agricoltura.

Tra i possibili effetti negativi ci sono per esempio quelli sulle comunità autoctone di uccelli che condividono con l'ibis sacro le zone umide e i siti di nidificazione. Il problema diventa particolarmente evidente nelle garzaie, cioè le colonie dove diverse specie di aironi costruiscono i propri nidi, dove gli ibis tolgono spazio alle specie autoctone. Inoltre, il sacro è un predatore generalista che mangia qualsiasi cosa, inclusi pulcini e uova di numerose specie protette, come le sterne.

Il Piano nazionale di gestione dell'ISPRA, approvato nel 2023, prevede perciò diversi interventi di controllo ed eradicazione. L'obiettivo è quindi ridurne la presenza e limitarne l'espansione. Tra questi c'è anche l'abbattimento con arma da fuoco, ma con precise condizioni: per esempio non viene ritenuto utilizzabile nei dormitori o nelle colonie dove sono presenti più specie, proprio per evitare conseguenze sulla fauna non bersaglio. Ed è proprio questo uno dei punti al centro delle contestazioni.

Il rischio di confondere l'ibis sacro con quello eremita

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Ogni anno diversi ibis eremita (Geronticus eremita), una specie protetta e in pericolo di estinzione, vengono abbattuti in Italia dai bracconieri durante la stagione venatoria

In Italia vivono inoltre anche altre specie di ibis, in particolare l'ibis eremita (Geronticus eremita), una delle specie di uccelli più rare e minacciate d'Europa e da anni è al centro di un importante progetto internazionale di conservazione e reintroduzione. Il problema è che i due uccelli possono frequentare gli stessi ambienti e il riconoscimento non è necessariamente semplice, soprattutto per persone non troppo esperte.

Il rischio non è soltanto teorico. In Lombardia, nei mesi scorsi, due ibis eremita dotati di trasmettitore satellitare sono stati abbattuti a Dubino, tra Valtellina e Valchiavenna, appena arrivati in Italia. I segnali anomali dei dispositivi hanno permesso agli operatori del progetto Waldrapp Team di accorgersi rapidamente di quanto era accaduto e di avvisare le autorità. E non si tratta affatto di casi isolati: circa il 30% degli ibis eremita morti durante la migrazione viene ucciso dai bracconieri su suolo italiano durante la stagione venatoria.

Tutto ciò, secondo il Waldrapp Team, rende quindi particolarmente rischiosa la decisione di ampliare il ricorso agli abbattimenti proprio nelle aree frequentate da entrambe le specie.

Il nodo delle modalità di controllo dell'ibis sacro

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Le proteste sulla caccia all'ibis sacro riguardano soprattutto il come, il dove e il chi può effettuare gli abbattimenti

Il Piano nazionale per la gestione della specie indica che le catture e gli abbattimenti possono essere effettuati dal personale di vigilanza dei parchi e delle riserve oppure da persone espressamente formate e autorizzate. Non è quindi corretto dire semplicemente che l'ISPRA vieti il controllo attraverso gli abbattimenti, come alcuni erroneamente sostengono. La questione riguarda piuttosto come, dove e da chi questi interventi vengano effettuati e quanto siano in grado di evitare l'uccisione accidentale di altre specie.

È una distinzione importante perché, quando si interviene su una specie invasiva, l'obiettivo non dovrebbe essere soltanto uccidere gli animali presenti, ma ottenere un risultato di conservazione misurabile riducendo al minimo gli effetti sugli altri animali.

Non basta quindi autorizzare semplicemente la caccia in deroga a una specie invasiva per ottenere un effetto concreto per ridurne la presenza e limitarne l'espansione. Servono interventi gestionali più ampi, strutturati e duraturi. L'effetto più concreto di questa decisione, secondo molte associazioni ambientalista, è che la caccia in deroga all'ibis sacro diventi solamente l'ennesima  concessione al mondo venatorio che può avere effetti negativi su molte altre specie.

Le proteste degli ambientalisti

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Per molte associazioni ambientaliste la caccia in deroga all'ibis sacro, con queste modalità, è troppo rischiosa

Le decisioni di Toscana e Lombardia hanno infatti riacceso lo scontro tra amministrazioni, mondo venatorio e associazioni ambientaliste. Il WWF, in particolare, ha contestato duramente la scelta toscana sottolineando il rischio per altre specie che frequentano gli stessi ambienti, tra cui proprio l'ibis eremita. Secondo le associazioni, inoltre, la presenza di cacciatori e il rumore degli spari possono creare forte disturbo alla fauna anche indipendentemente dagli eventuali errori di identificazione.

La questione, quindi, non riguarda soltanto l'ibis sacro. Riguarda il modo in cui l'Italia decide di affrontare la gestione delle specie aliene invasive e il confine, spesso sottile, tra controllo faunistico e semplice attività venatoria ricreativa.

L'ibis sacro è indubbiamente una specie invasiva dannosa che deve essere gestita. Ma proprio perché il suo controllo deve essere una priorità e avviene in ambienti frequentati da molti altri uccelli, la qualità del monitoraggio, la formazione degli operatori e la capacità di distinguere con certezza la specie da colpire diventano elementi fondamentali. Soprattutto quando, nello stesso cielo, può volare anche un animale che l'Europa sta cercando da anni, e con molta fatica anche a causa delle doppiette, di riportare indietro dall'estinzione.

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