
Da decenni centinaia di migliaia di pappagalli vengono catturati illegalmente nelle foreste del Messico e venduti sul mercato nero internazionale della fauna selvatica. E nonostante siano state introdotte diverse norme per proteggere questi uccelli, il loro stato di conservazione è continuato a peggiorare. Ora un nuovo studio ha provato a ricostruire le rotte utilizzate dai trafficanti, individuando anche le aree dove potrebbero continuare a colpire in futuro.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, è stata condotta dall'Australian National University insieme a ricercatori dell'Arizona State University. Gli scienziati hanno analizzato oltre 6.000 sequestri di pappagalli avvenuti in Messico tra il 1997 e il 2024, trasformando quasi trent'anni di dati in una mappa delle principali rotte del traffico illegale.
Il risultato è una sorta di atlante delle "autostrade nascoste" utilizzate dai trafficanti per spostare gli animali dalle aree naturali verso i grandi centri urbani.
Come individuare le rotte nascoste dei trafficanti di fauna selvatica

Per ricostruire i percorsi, i ricercatori hanno utilizzato un modello normalmente impiegato per studiare come gli animali si muovono attraverso il territorio. In questo caso, però, il modello è stato adattato al traffico illegale. Il Messico è stato quindi rappresentato come una gigantesca rete elettrica: le popolazioni di pappagalli in natura sono state considerate come punti di partenza, i luoghi dei sequestri come punti di arrivo e la rete stradale come una serie di collegamenti attraverso cui il "flusso" del traffico può spostarsi.
In questo modo gli scienziati hanno potuto individuare i corridoi dove è più probabile che si concentri il trasporto illegale. Le attività dei trafficanti, infatti, non sono distribuite casualmente, ma tendono a concentrarsi lungo alcune direttrici, soprattutto nel sud-est del Paese e nella penisola dello Yucatán.
Un altro elemento emerso dallo studio riguarda la distanza percorsa dagli animali spostati. I sequestri avvengono sempre più spesso a centinaia di chilometri dalle aree in cui i pappagalli vivono, anche in grandi città come Città del Messico. Un segnale che il fenomeno non è più soltanto il risultato di piccoli episodi di bracconaggio locale, ma di catene di approvvigionamento organizzate e capaci di spostare gli animali catturati anche per lunghe distanze.
I pappagalli più grandi sono sono quelli più trafficati
Secondo gli autori dello studio, metà delle 20 specie di pappagalli messicane considerate nello studio è direttamente minacciata dalle catture illegali. E dal 1993 nessuna specie di pappagallo del Messico ha registrato un miglioramento del proprio stato di conservazione. A essere particolarmente ricercate sono soprattutto le specie più grandi e appariscenti, come le are e i pappagalli del genere Amazona. Il piumaggio appariscenti, i colori e la loro capacità di imparare a imitare i suoni li rendono particolarmente richiesti nel commercio di animali esotici.
Nel 2008 il Messico ha vietato la cattura e il commercio dei pappagalli autoctoni. Ma il divieto non ha fatto scomparire il mercato clandestino. Al contrario, secondo gli autori, le reti criminali si sono rapidamente adattate ai cambiamenti normativi e alle nuove condizioni economiche, modificando nel tempo i propri percorsi. Anche la pandemia da COVID-19 ha prodotto cambiamenti nelle rotte individuate attraverso i dati sui sequestri.
Uno strumento per intervenire rapidamente e anticipare i trafficanti

La principale novità dello studio è però l'utilizzo pratico di queste informazioni. I ricercatori hanno infatti trasformato i risultati in una piattaforma interattiva che permette alle forze dell'ordine di individuare le aree e i corridoi maggiormente a rischio. Questo strumento consente così di visualizzare le rotte in base alla specie e al territorio e potrebbe quindi aiutare le autorità a concentrare controlli e risorse nei punti più caldi e vulnerabili.
L'obiettivo è passare da un approccio soprattutto reattivo, nel quale si interviene dopo aver trovato gli animali trafficati, a uno preventivo, cercando di anticipare gli spostamenti dei trafficanti, individuando i punti di passaggio più importanti e intervenendo prima che gli animali raggiungano i mercati urbani.
Per George Olah, autore principale dello studio dell'Australian National University, le reti del traffico illegale non sono statiche, ma si adattano alle condizioni sociali ed economiche. I dati mostrano infatti come nel tempo si è passati da una cattura perlopiù occasionale e concentrata soprattutto nelle piccole aree rurali a vere e proprie catene di approvvigionamento sempre più organizzate e alimentate dalla domanda crescente delle grandi città.
Un approccio che potrebbe andare oltre i pappagalli

Questi risultati potrebbero avere applicazioni anche al di fuori del commercio illegale di fauna selvatica. Secondo gli autori, gli stessi corridoi utilizzati per trasportare gli animali possono essere sfruttati dalle organizzazioni criminali per movimentare altri tipi di merci illegali. Il modello potrebbe infatti essere adattato anche per studiare il traffico di legname, il commercio di specie ittiche e altre risorse naturali.
In futuro i ricercatori intendono integrare ai loro modelli anche i dati del DNA degli animali sequestrati. Analizzare il loro patrimonio genetico può infatti aiutare a risalire alla popolazione di origine e, in alcuni casi, persino al luogo esatto in cui sono stati catturati.
Si stima che ogni anno il commercio illegale di animali vivi, parti e prodotti derivati generi un giro d'affari compreso tra i 10 e i 23 miliardi di dollari. È il quarto mercato globale dopo droga, armi e esseri umani ed è in crescita anche grazie ai social network. Conoscere le "autostrade nascoste" del traffico illegale di selvatici, dunque, potrebbe contribuire non solo a fermare queste attività illegali, ma anche a ridurre l'impatto sulla biodiversità e sulla conservazione di specie sempre più sotto pressione.