
I giudici della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza n. 27109, depositata il 17 luglio 2026, hanno stabilito che chi accudisce una colonia felina non può essere considerato il custode o il detentore dei gatti e non è responsabile delle deiezioni degli animali lasciate in strada.
Si tratta di una sentenza storica per tutti coloro che si dedicano alla cura dei gatti liberi sul territorio italiano, lì dove c'è attenzione agli animali legata alla corretta gestione di questi ultimi con, nella maggioranza dei casi, investimenti economici per il loro sostentamento tra alimentazione e interventi di sterilizzazione.
Il caso specifico analizzato dagli Ermellini riguarda una volontaria che dal 2020 cibava un gruppo di randagi che stazionavano vicino casa sua. La donna aveva anche modificato il cancello della sua abitazione per permettere agli animali di entrare e uscire in totale libertà. Denunciata dai vicini, il Tribunale l'aveva condannata a un'ammenda e al risarcimento dei danni per il reato di getto pericoloso di cose. Si tratta di una fattispecie regolata dall'art. 674 del Codice Penale che punisce la condotta di chiunque getti, versi o provochi emissioni in luoghi pubblici o privati capaci di offendere, imbrattare o molestare le persone. La motivazione della sentenza era legata all'osservazione che avendo scelto di sfamare i felini, la volontaria ne fosse diventata la responsabile legale a tutti gli effetti e che era sua responsabilità il fatto che le deiezioni dei gatti si trovassero anche nel giardino della vicina.
Il ricorso in Cassazione ha portato a un ribaltamento della sentenza ricevuta nel precedente grado di giudizio. I togati questa volta hanno fatto riferimento alla Legge quadro sul randagismo (281/91) che definisce le colonie feline come gruppi di gatti che vivono in libertà. La natura di animali liberi, pertanto, esclude in partenza qualsiasi legame di proprietà con la persona che volontariamente li accudisce.
In buona sostanza, secondo la Cassazione, chi mette una ciotola di cibo o dell'acqua per garantire il benessere dei gatti non acquisisce un potere di controllo su di loro e i mici non perdono lo status di animali liberi. I giudici hanno anche precisato che non è possibile fare un paragone con i cani: i gatti non rientrano nella categoria degli "animali pericolosi" per i quali la persona di riferimento è responsabile. Inoltre, nel caso in questione, il fatto che le deiezioni si trovassero nel giardino privato della vicina e non su una strada pubblica ha fatto cadere un altro elemento essenziale per configurare quel tipo di reato.
Curare i gatti del quartiere è un atto di profonda empatia che molti volontari portano avanti ogni giorno. Spesso, però, questa nobile dedizione si scontra con i difficili equilibri dei rapporti di vicinato, causando discussioni con parte della comunità che si ritrova a volte ad avere a che fare con persone che non stanno attente alle corrette regole di convivenza.
Lì dove infatti ci sono casi in cui le denunce vengono mosse solo da pura intolleranza, molti sono anche le occasioni in cui la cattiva gestione dei gatti liberi comporta problemi dal punto di vista sanitario. Questa sentenza è dunque importante ma va sottolineato che è fondamentale conoscere tutti gli aspetti necessari per mettere in atto un volontariato animalista che sia professionalizzato, ovvero che stia attento alla cura degli animali e al rispetto della vita altrui.