
La morte di Bruno, il cane molecolare diventato famoso per aver contribuito a salvare diverse persone scomparse, sarebbe stata simulata. È questa l'ipotesi della Procura di Taranto, che ha chiuso l'inchiesta sull'istruttore dell'animale, il 51enne Arcangelo Caressa, confermando nei suoi confronti l'accusa di simulazione di reato. La notizia emerge dall'avviso di conclusione delle indagini notificato all'uomo.
La vicenda era iniziata il 4 luglio 2025, quando Caressa aveva annunciato sui social la morte di Bruno, un Bloodhound addestrato per la ricerca di persone, sostenendo che il cane fosse stato ucciso dopo aver ingerito bocconi contenenti chiodi. Le immagini diffuse all'epoca mostravano dei wurstel con chiodi conficcati al loro interno e la notizia aveva provocato una forte indignazione, arrivando anche all'attenzione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che aveva definito l'episodio "vile e inaccettabile".
Secondo la Procura, però, quella ricostruzione non corrisponderebbe a quanto realmente accaduto. Il sostituto procuratore Raffaele Casto contesta a Caressa di aver prodotto una documentazione fotografica facendo apparire i bocconi con i chiodi come se si trovassero vicino al corpo del cane. Una circostanza che sarebbe stata invece smentita dalla persona che per prima aveva trovato Bruno morto.
Anche la testimonianza della veterinaria intervenuta sul posto è al centro dell'accusa. Nel documento relativo al decesso sarebbero stati indicati numerosi bocconcini con chiodi "nei pressi del corpo del cane". Secondo la Procura, tuttavia, quando la veterinaria arrivò gli alimenti si trovavano già all'interno di una busta di plastica.
Uno degli elementi principali dell'inchiesta è rappresentato dall'esame autoptico eseguito sul corpo di Bruno dal veterinario Orlando Paciello, docente dell'Università degli Studi di Napoli Federico II e consulente della Procura. L'autopsia non avrebbe trovato nello stomaco o nell'intestino del cane residui compatibili con l'ingestione dei bocconi descritti nel primo racconto.

Secondo la relazione, infatti, stomaco e intestino erano completamente vuoti. Bruno non avrebbe mangiato da almeno 20 ore e, secondo il consulente, era possibile che non avesse assunto cibo anche nelle 36 ore precedenti. Per questo, nella ricostruzione dell'accusa, la morte non sarebbe stata provocata dall'ingestione di chiodi o di altre sostanze dannose.
Già nei mesi successivi alla morte erano emersi dubbi sulla versione iniziale. L'indagine aveva portato la Procura a disporre l'autopsia proprio per stabilire che cosa avesse provocato il decesso e verificare la presenza di eventuali corpi estranei nell'apparato digerente dell'animale.
Ora, con la conclusione delle indagini, la Procura sostiene quindi che l'uccisione di Bruno con bocconi contenenti chiodi sia stata inscenata e che Caressa abbia simulato un reato che, secondo l'accusa, non si sarebbe mai verificato.
Caressa ha ora 20 giorni per chiedere di essere interrogato o presentare una memoria difensiva attraverso il suo avvocato Alessandro Scapati. Al termine di questa fase, il pubblico ministero Raffaele Casto dovrà decidere se chiedere il rinvio a giudizio oppure l'archiviazione dell'accusa.