
Il 16 novembre 2019, Christophe Ellul ritrovò in una foresta a sud-ovest di Soissons il corpo senza vita di Elisa Pilarski, la sua compagna incinta di 29 anni. Il corpo presentava numerosi segni di aggressione da parte di un cane che poi fu indentificato: era stato Curtis, il suo Pitbull, ad uccidere la donna.
Il caso ha sconvolto l'opinione pubblica francese all'epoca e tenuto banco negli ultimi 7 anni, perché tanti ce ne sono voluti per arrivare ad una sentenza: Ellul è stato condannato a quattro anni di prigione con la sospensione condizionale della pena per omicidio colposo, mentre il cane sarà sottoposto ad abbattimento.
La ricostruzione degli ultimi istanti di vita di Elisa è stata al vaglio prima degli inquirenti e poi della magistratura francese che si è occupata del processo a carico dell'uomo che ha sempre ritenuto impossibile pensare anche solo che Curtis potesse aver fatto del male alla sua compagna. La donna era uscita a passeggio proprio con il cane e aveva chiamato a telefono il compagno per chiedergli aiuto, dicendo di essere stata circondata da più cani e di avere difficoltà a controllare Curtis. Dopo quella chiamata, si era interrotto ogni contatto. Ellul ha cercato in tutti i modi di scagionare il suo cane ma le analisi del DNA hanno poi confermato che la morte era stata conseguenza del comportamento del Pitbull: le tracce genetiche sul cadavere erano solo le sue.
La sentenza arriva dunque dopo ben sette anni in cui Curtis, che ora ha otto anni e mezzo, è rimasto recluso in un box di 4 metri quadrati con accesso a un'area esterna di 6 mq in un canile dell'Alta Garonna. L'associazione per la protezione degli animali Les Amis de Sam, parte civile nel processo, credendo che potesse essere riabilitato e quindi non essere più pericoloso, si era offerta di accoglierlo e di impedirne la soppressione ma i giudici lo hanno etichettato come "irrecuperabile" in base anche ai pareri veterinari dati nel corso dei vari dibattimenti.
Il punto della questione è che questa decisione ha ora di nuovo sollevato in Francia un dibattito rispetto alla responsabilità delle persone di riferimento dei cani in generale e di questa tipologia in particolare. La pena comminata all'uomo è considerata esigua e invece la "colpevolizzazione" del cane estrema, avendo pagato già con la reclusione e ora con la morte quanto accaduto.
I motivi per cui i giudici hanno tratto le loro conclusioni arrivano dopo anni di perizie e, secondo quanto emerge dal punto di vista della Corte, dirimente è stata la valutazione del comportamento descritto dagli esperti come segnato da "un’elevata propensione alla morsicatura", potenzialmente accentuata da pratiche di addestramento non conformi alla normativa francese.
E qui si apre il fronte proprio sull'aspetto della responsabilità di Ellul che non aveva solo Curtis ma anche altri Terrier di tipo Bull e di cui si sa che li gestiva in modo poco ortodosso e lontano da metodi educativi utili a dirimere le componenti motivazionali di questa tipologia di cani che portano essenzialmente all'effetto opposto, ovvero di farli salire di intensità in determinate situazioni. Come potrebbe essere accaduto in presenza di altri cani nel momento in cui poi si è purtroppo diretto su Elisa.