
Un cane sottoposto ad un processo. E' questo il paradosso, trattato con molta delicatezza e al fine di far vedere le cose da un'altra prospettiva, a cui arriva un film francese, premiato a Cannes nel 2024, che finalmente arriva anche nelle sale italiane e ci mette di fronte alla nostra incapacità, come esseri umani, di non saper scindere le nostre responsabilità da quelle che un cane, decisamente, non ha.
Partiamo dalla trama di "Le Procès du chien", film francese diretto e interpetato da Lætitia Dosch al suo primo documentario che l'ha portata a vincere il premio de "la palma del cane" nella sezione Un Certain Regard del festival del cinema. Il film sarà nelle sale dal 23 aprile 2026 e in italiano il titolo è "Un cane a processo".
La trama ha per protagonista umana Avril, un’avvocatessa che si occupa di casi che vengono considerati di “poco conto” e su cui c’è poco interesse. Il suo incarico questa volta è difendere Cosmos, un cane “accusato” di aver aggredito più volte diverse persone, sempre donne, e per questo condannato all’eutanasia. Cosmos ha un umano di riferimento che però non vuole assolutamente che accada l’irreparabile, pronto a tutto pur di evitare la condanna a morte del suo cane. Ecco che Avril allora entra in scena, dovendo e volendo a tutti i costi far emergere come davvero stanno le cose ma dovendo lei per prima capire perché Cosmos ha messo in atto comunque dei comportamenti aggressivi. Per di più il cane viene pure accusato di "misoginia", perché ha attaccato solo le donne.
Il punto di partenza, da un punto di vista giuridico, è la domanda chiave che si pone l’avvocatessa: un cane può essere un soggetto imputabile? Si può parlare di un animale come se fosse una persona e dunque renderlo colpevole degli atti che compie secondo le norme di diritto che appartengono alla nostra società umana?
E’ la domanda delle domande che, in Francia come in Italia, ci dovremmo porre ogni volta che la cronaca ci racconta, purtroppo, di episodi che hanno anche esiti tragici, come accaduto ad esempio nel caso della bimba di Acerra morta per essere stata lasciata da sola insieme al Pitbull di famiglia o la morte di Paolo Pasqualini nel bosco di Manziana a seguito dell’aggressione subita da parte di tre Rottweiller, fuoriusciti dalla proprietà in cui erano detenuti.
Ogni volta la giustizia si concentra sicuramente sulle colpe dell’essere umano, proprietario o detentore degli animali, ma il dibattito pubblico spesso si incancrenisce sulla tipologia dei cani e poi poco importa poi conoscere davvero il destino di quelli coinvolti in episodi di cronaca, spesso destinati a un “fine pena mai” in canile, lì dove ricordiamo che in Italia l’eutanasia è un’ extrema ratio che può essere considerata solo a fronte di una valutazione di un veterinario esperto in comportamento che dovrebbe valurare l’irrecuperabilità del soggetto. Ipotesi che ad oggi non è mai avvenuta rispetto a tutti i casi di cronaca più noti degli ultimi anni.
La trama di “Un cane a processo”, infatti, non è inventata da zero. Prende spunto da un evento accaduto in Svizzera che tenne con il fiato sospeso l’opinione pubblica rispetto a un cane che dopo aver messo in atto comportamenti aggressivi era stato condannato a morte. A spiegarlo era stata la stessa regista in diverse interviste, rimasta molto colpita dal dibattito che si era scatenato e dalla quantità di reazioni, tra proteste e petizioni, che erano nate a protezione dell’animale.
Tra momenti comici e attimi di commozione, il film sembra come una fotografia collettiva di quanto l’antropocentrismo trasforma la visione del mondo e “Un cane a processo” diventa un film che ci consente di riflettere rispetto al punto in cui la nostra cultura occidentale, in primis, ingloba allo stesso tempo l’estremo desiderio di avere un cane in famiglia ma la difficoltà di riconoscergli una sua individualità specie specifica. Nel Vecchio continente del resto viviamo il rapporto con i cani tra leggi restrittive sulla proprietà in cui, ad esempio, si vieta anche solo l’adozione o l’acquisto di determinate tipologie come avvenuto recentemente in Inghilterra con il Dangerous Dogs Act che ha vietato la detenzione di American Bully di taglia XXL o l’obbligo di seguire percorsi di adozione responsabile per chiunque voglia adottare o comprare qualsiasi tipologia di cani in Spagna.
"Un cane a processo" è stato definito "commedia"e forse trattare un tema così complesso con l'artificio cinematografico è un modo utile per aprire la mente a chi ritiene che un cane sia solo un oggetto ma anche a chi, come avviene nel nostro Paese quando puntualmente accade qualcosa di brutto, punta il dito solo sugli animali e non sulla responsabilità delle persone di riferimento.
Ma soprattutto, anche di fronte a determinate proposte di legge, questo film ci insegna che pur quando ci si concentra sul cane si sbaglia mira, pensando che siano loro principalmente da educare quando siamo noi ignoranti e poco attenti al capire il linguaggio di un animale che il nostro, invece, lo ha imparato e sa interpretarlo se messo nelle corrette condizioni. Già solo considerando che sono 30, 40 mila anni che camminiamo nel mondo affiancati da quello che noi stessi, appunto, abbiamo definito il nostro "miglior amico".