"Sono italiano e non posso parlare con mia moglie al telefono perché una negra fa casino a un metro". Sono le parole pronunciate ieri a Torino da un uomo nei confronti di una venditrice ambulante originaria della Costa D'Avorio, la cui colpa sarebbe stata quella di aver tenuto un volume della musica eccessivamente alto mentre l'italiano era al telefono con la moglie. L'episodio, l'ennesimo caso di razzismo in un paese che appare sempre più incattivito e cinico, è stato raccontato da Matteo Miceli, un uomo che vi ha assistito e poi ha riportato su Facebook quanto accaduto: "Sono in via Lagrange, pieno centro di Torino a due passi da Porta Nuova, che rientro da un pomeriggio in giro per il centro con mia madre; il clima è quello delle spese prenatalizie, un sacco di gente per strada, luci (d'artista, ovvio) nelle vetrine e sulle strade, artisti nelle piazze. A un certo punto sento una serie di urla alla mia sinistra: un tizio sta sbraitando in mezzo alla strada, alcuni si fermano e iniziano a seguire la scena. In breve, sta urlando contro una "negra", perché rea di avergli disturbato la comunicazione al cellulare con la moglie con la sua musica di strada".

Il racconto continua: "Il tizio continua a sbraitare, forte. ‘Questa è l'Italia! Sono italiano e non posso parlare con mia moglie al telefono perché una negra fa casino a un metro! Ti rendi conto?!?!' Tenta di arringare la folla, convincerli che se non sentiva l'interlocutrice la colpa non è sua che non è in grado di spostarsi di tre metri, ma della ‘negra' che suonava per strada. Non ho neanche la tentazione di passare ed andarmene; mi fermo, mi avvicino alla signora mettendomi fra lei e l'agitatore e dò le spalle a lui, ignorandolo. Non ho un piano preciso né ho alcuna intenzione di interagire col tipo, ma mi sa che in questi casi la presenza di un alieno rasato di un metro e novanta può aiutare a prevenire il peggio. Più di tutto, però, temo che lei si ritrovi da sola, nell'indifferenza generale, e non ho alcuna intenzione di far sì che questo capiti. Non so neanche bene cosa dirle, così le dico semplicemente che mi dispiace, ed è vero. Le poso una mano sulla spalla, voglio che non abbia l'impressione che la trovi repellente".

La solidarietà di Matteo però non è isolata, perché pochi istanti dopo altri passanti di tutte le età si avvicinano alla straniera. Uno dopo l'altro le danno la mano oppure, semplicemente, le sorridono finendo per formare intorno a lei un vero e proprio semicerchio, una barriera di protezione contro il razzismo: "Nessuno presta orecchio ai proclami dell'agitato, in cui l'aggettivo ‘italiano' ricorre spessissimo, nessuno gli dà ragione: anzi, alcuni gli parlano, ma quasi a fargli notare l'imbarazzo che causa, una ragazza lo avvicina, la mette sul ridere, è incredibilmente abile a sdrammatizzare e alla fine com'è, come non è, il tipo smette di urlare e pian piano se ne va".

La barbarie di quegli insulti però purtroppo non ha lasciato indifferente l'ivoriana: "Ora che lo spavento è passato- racconta ancora Matteo – i nervi le cedono, urla, scaglia a terri i cd che vendeva, rompendone le custodie. Siamo tutti in silenzio e con la testa china mentre, un po' in francese e un po' in italiano, lei inizia sfogarsi, urla che non voleva nascere negra, dà voce ad una storia terribile in cui parla della sua solitudine, della Costa d'Avorio, di colonialisti (dice proprio così: "colonialisti"), del soldato francese che le è entrato in casa e ha ucciso tutta la sua famiglia".