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Intelligenza artificiale (IA)

Una startup italiana crea maglioni per nascondersi alle telecamere: “Abbiamo ingannato l’algoritmo”

La start up italiana Cap_able ha creato una linea di abbigliamento capace di schermare i volti: in questo modo il riconoscimento biometrico non riesce a raccogliere i dati.
Intervista a Rachele Didero
Ceo e co-founder di Cap_able.
A cura di Elisabetta Rosso
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I nostri volti non sono più nostri. Quando le aziende tecnologiche hanno creato i primi sistemi di riconoscimento facciale è cambiato tutto, anche se noi ancora non potevamo saperlo. Poi, circa un mese fa, l'occhio di una telecamera inquadra un modello e al posto di un uomo vede una giraffa. Il merito è di un maglione coloratissimo. È più bello della t-shirt di Gabriel Hounds in Zero History, il romanzo di William Gibson, ma funziona allo stesso modo: le telecamere vedono, ma non riconoscono.

L'idea è nata a Rachele Didero, founder di Cap_able, tra i tumulti di Brooklyn, con le persone che gridavano contro la tecnologia che ruba i volti, il riconoscimento facciale. Classifica, discrimina, conserva informazioni personali, e mentre lo fa nessuno se ne accorge. "Quindi abbiamo creato dei capi che possano darti la possibilità di scegliere se fornire o meno i propri dati", per farlo basta indossare una t-shirt, un maglione, un vestito, della collezione di debutto Manifesto della startup italiana Cap_able. Sopra ogni capo c'è un "adversarial patch", progettato da algoritmi di intelligenza artificiale che riescono a confondere i software di riconoscimento facciale: per questo le telecamere vedono cani, giraffe, e zebre al posto delle persone.

Come è nato il progetto?

È nato nel 2019, mi trovavo a New York, stavo studiando al Fashion Institute of Technology, e grazie a un amico ho conosciuto Farang, un ingegnere indiano. Un giorno nel bel mezzo di un discorso sui diritti umani ci è venuta l’idea di combinare moda e high tech.

A New York proprio in quel periodo è scattato l’allarme per il riconoscimento facciale che discrimina le persone di colore. 

Sì, c’era molto fermento sull’argomento. Durante l’estate a Brooklyn una comunità di colore aveva appena vinto una causa contro il quartiere che aveva installato telecamere con il riconoscimento facciale. Poi proprio a New York è scattata la campagna di Amnesty, ma anche il movimento Black Lives Matter è sensibile al tema. New York è un ambiente molto fertile per questo genere di idee.

Quindi ne parli con Farag e scatta l’idea. 

Ora in realtà non siamo più in contatto, però sono tornata a Milano con questo progetto che era molto acerbo così ho deciso di svilupparlo meglio nella mia tesi.

Ecco cosa è successo prima, come sei arrivata a realizzare Cap_able?

Io ho studiato al Liceo Classico, non c'entra molto con tutto questo, ma al quarto anno sono andata negli Stati Uniti e lì ho fatto il mio primo corso di cucito, ho capito che volevo lavorare nella moda e infatti mi sono iscritta al Politecnico di Milano per studiare Design della Moda. Il primo anno ho studiato fisica, chimica, diciamo che l'approccio scientifico alla moda c’è stato sin dall’inizio. Poi ho studiato a Barcellona, e a Tel Aviv, dove ho sviluppato tutto il progetto.

Mi spieghi come funziona?

Le immagini avversarie che appaiono sugli abiti funzionano un po’ come un QR code al contrario. Si parte dalla progettazione dell’immagine, che è svolta da un dipartimento del Politecnico di Milano che utilizza un software, poi queste immagini vengono riprodotte sul tessuto.

Ma come fa una maglia a nascondere un volto alle telecamere? 

La telecamera non è che non vede la persona, ma questo pattern, l’immagine sull’abito, è così forte da schermare tutto ciò che è vicino. Così il volto non viene rilevato dalle telecamere in tempo reale. Ovviamente non è un mantello dell’invisibilità, ma funziona bene per il riconoscimento facciale.

E così hai deciso di fondare la star up Cap_able per farla conoscere a tutti.

Sì, la startup è nata in contemporanea, siamo io, Federica Busani, la cofounder, e il professore Giovanni Maria Conti che ha seguito il mio progetto al Politecnico sin dall’inizio. Abbiamo realizzato una campagna di crowdfunding per finanziare il progetto.

Prima hai detto che New York è un ambiente molto fertile su questi temi. L’italia è pronta invece ad accogliere questi prodotti sul mercato?

Diciamo che il mercato italiano ci ha sorpreso, ha accolto bene il progetto. Ovviamente ci vuole più tempo per raccontarlo, proprio perché non siamo così pronti per certe tematiche, noi abbiamo fatto eventi per sensibilizzare sul tema e dato che il nostro target è molto giovane ha recepito bene il messaggio.

Secondo te quali sono i rischi principali del riconoscimento facciale?

Sicuramente la discriminzaione, perché c’è un margine di errore abbastanza alto ed è un problema per le minoranze etniche, per le donne, per i minori. E poi le telecamere di riconoscimento biometrico prendono un dato che ci accompagnerà tutta la vita e ci renderà riconoscibili sempre: il nostro volto. Un dato, peraltro, che ci viene preso senza che ce ne accorgiamo e non sappiamo cosa ne fanno, per quanto e dove viene conservato.

Tu hai vissuto in modo diretto o conosciuto qualcuno che è stato danneggiato dal riconoscimento facciale?

Diciamo indiretta, un mio amico russo, con cui ho fatto un’esposizione mi ha raccontato come in questi mesi gli agenti di polizia hanno usato il riconoscimento facciale. Praticamente molti ragazzi scendevano in piazza per protestare contro la guerra, sul posto non succedeva nulla, ma il giorno dopo la polizia bussava alla porta di casa. Li avevano identificati grazie alle telecamere.

Quanto potrebbero durare gli abiti anche in vista della tecnologia futura?

E difficile dirlo con esattezza. Noi stiamo già studiando nuove soluzioni, è una tecnologia in evoluzione, sia da una parte sia dall’alta. Questi primi capi sono stati progettati nel 2020 e ancora funzionano bene.

Come verificate se funzionano o meno?

Testiamo i capi con Yolo, il software più veloce e più diffuso. O sottoponiamo video, o una sequenza di foto con la persona in diverse pose, più immagini diamo più riusciamo a capire il livello di precisione. Ovviamente si lavora sempre a percentuali di efficacia e accuratezza, che comunque sono abbastanza alte.

CAP_ABLE | Rachele Didero
CAP_ABLE | Rachele Didero

Il vostro progetto è anche un modo per parlare del tema. Potrebbe attirare l’attenzione dei legislatori?

È uno dei nostri obiettivi parlare dell’argomento sensibilizzando prima le persone e poi raggiungendo l’ambito legislativo prima che sia troppo tardi e che queste tecnologie diventino ancora più pericolose. A priori è necessario avere delle norme, perché queste innovazioni spesso sono all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, ma non hanno avuto una copertura legale solida.

Questo tipo di abbigliamento dove potrà essere più utile? 

Come si usa l’antivirus per il computer si esce di casa adottando questi abiti che proteggono la nostra identità. Noi vorremmo questo, integrare la tecnologia per i capi d'abbigliamento ad uso comune, non solo per la persona che va a fare la protesta e ha paura di essere poi riconosciuta, ma che vengano usati da tutti.

Per curiosità quanto costano i capi?

Nella collezione Manifesto, la prima creata, il capo meno costoso è la maglia a maniche corte che costa tra i 200 e i 300 euro, e il più caro è la maglia con il cappuccio a 570 euro.

I prezzi sono alti ma volete che vengano usati da tutti. 

In questo momento li stiamo facendo con una nuova tecnologia, la qualità è molto alta, il tessuto è complesso e unico. Poi noi siamo molto attenti alla sostenibilità, tutti i nostri capi devono rispettare determinati requisiti come un basso impatto ambientale, anche questo fa alzare il prezzo. Il nostro obiettivo è anche di portarli sul mercato a un costo inferiore.

I progetti per il futuro? 

Ora sto per andare al Media Lab del MIT per il mio dottorato e in contemporanea continuerà la startup. Andremo avanti con la ricerca, ora stiamo affrontando il tema della privacy che continueremo a studiare, ma il nostro obiettivo è spaziare anche in altri ambiti. Continueremo a seguire il filone tech, fashion e tessile, per creare abiti che abbiano un valore dal punto di vista etico, e che affrontano le problematiche del nostro presente. In poche parole dare una risposta a questi rischi con un capo di design.

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