Rubati i dati dei clienti Revolut: gli hacker avrebbero violato un sistema delle forze dell’ordine italiane

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Il furto di dati ai danni di Revolut sembra svelare un’importante falla nei sistemi informatici del Ministero dell’Interno italiano. Gli autori del raggiro avrebbero usato un PEC istituzionale appartenente a un ufficio delle Forze dell’Ordine per convincere la banca online a consegnare centinaia di informazioni sensibili. Sulla vicenda, la deputata di Azione Giulia Pastorella ha presentato un’interrogazione parlamentare urgente per chiedere chiarimenti al Governo.

Continua a complicarsi la vicenda legata al furto di dati subito da Revolut, la banca online che lo scorso 12 settembre è cascata in una truffa di phishing da manuale, finendo per consegnare informazioni riservate (passaporti, dati personali, storici delle transazioni, riferimenti bancari ecc..) relative a centinaia di clienti facoltosi. Nella giornata di ieri era emerso un possibile coinvolgimento di una PEC italiana, che sarebbe stata utilizzata come esca per aggirare i controlli della banca e convincerla a fornire i dati richiesti. Nelle ultime ore, però, sono emersi ulteriori dettagli che gettano ombre ancora più inquietanti sull'intera vicenda. L'azione di data breach è stata infatti rivendicata dal gruppo hacker IAmNotAVillain, il quale ha rivelato non solo che l'operazione per ingannare i controlli di Revolut è durata ben sei mesi, ma anche che il raggiro è partito da un sistema informatico appartenente alle Forze dell'Ordine italiane.

Si spiegherebbe così il coinvolgimento di un indirizzo di posta elettronica certificata in grado, proprio per la sua provenienza, di convincere Revolut che la richiesta di accesso ai dati arrivasse da un'autorità governativa. Secondo International Cyber Digest, testata giornalistica specializzata in cybersecurity che si è messa in contatto con IAmNotAVillain, gli hacker avrebbero in mano 147 GB di materiale sottratto dall'ente italiano "bucato", inclusi documenti interni, l'agenda degli uffici e persino materiale personale dei dipendenti, come le chat di un agente che litiga con la propria moglie.

Le ipotesi sull'attacco: cosa sappiamo e su cosa occorre far luce

Per dimostrare di fare sul serio il gruppo IAmNotAVillain ha aperto una pagina web dove ha cominciato a diffondere i dati di alcuni clienti interessati dalla violazione. Tra questi il tennista Alexander Shevchenko e il CEO di Gamdom Felix Römer, dei quali il gruppo ha mostrato persino i selfie scattati per attivare il riconoscimento biometrico. I cyber criminali hanno fatto sapere che continueranno a rilasciare nuove informazioni ogni giorno finché Revolut non pagherà. Secondo il Financial Times, sarebbero circa 680 i clienti nel mirino degli aggressori.

Per l'Italia, però, la questione più spinosa è un'altra. Come hanno fatto gli hacker a violare un'infrastruttura informatica dello Stato? Secondo la ricostruzione proveniente da fonti investigative, tutto sarebbe partito dal computer di un dipendente. Un infostealer, un tipo di malware progettato per rubare informazioni da un dispositivo infetto, si sarebbe inserito nel computer della vittima per raccogliere credenziali, cookie di sessione e altri dati utilizzati per accedere ai servizi online. L'hacker sarebbe riuscito così a impossessarsi delle credenziali necessarie per entrare nell'account di posta elettronica di un dipendente governativo. Una volta entrato nella casella di posta, l'aggressore avrebbe aggiunto il proprio indirizzo come email di recupero dell'account, così da assicurarsi un accesso stabile, e avrebbe iniziato a monitorare in silenzio le comunicazioni, cancellando ogni messaggio che non fosse diretto al dipendente per non farsi scoprire dal vero proprietario dell'account.

Introdottosi come un parassita nel sistema, l'hacker avrebbe quindi creato un falso "Ordine Europeo di Indagine" per intimare a Revolut la trasmissione di un pacchetto di dati relativi a un gruppo ristretto di clienti. La banca, credendo che l'ordine provenisse dalle istituzioni italiane, avrebbe quindi provveduto a inviare le informazioni richieste, senza eseguire ulteriori verifiche.

Qualora tutto questo venisse confermato, significherebbe che un gruppo di hacker è riuscito ad operare per mesi, senza destare il minimo sospetto, all'interno di un sistema strategico che in teoria dovrebbe garantire il massimo livello di sicurezza. Una prospettiva che, in tempi di guerra ibrida dove i colpi più duri dei nemici non vengono sferrati con bombe o missili ma con violazioni e attacchi informatici, non può certo farci dormire sonni tranquilli.

La deputata Pastorella: "Chiesta interrogazione parlamentare"

Per il momento né Revolut, né il Ministero degli Interni si sono ancora pronunciati sulla questione, ma la questione è già diventata un caso politico. "Chi si occupa di Cybersecurity sa che nessun sistema è infallibile, ma normalmente le protezioni aumentano man mano che i sistemi diventano più strategici e importanti", ha dichiarato a Fanpage.it, Giulia Pastorella, deputata e vicepresidente di Azione. "Per questo è molto preoccupante che, stando alle prime fonti, sia stato proprio un sistema del Ministero dell'Interno ad essere hackerato".

Pastorella ha poi proseguito:

"Così come Revolut, anche altri soggetti – banche o peggio – potrebbero aver risposto a richieste simili fornendo dati sensibili senza rendersi conto dell'inganno. E se queste falle possono avvenire nel cuore del nostro governo e lo stesso governo non se ne rende conto, è giusto essere molto preoccupati. Per questo ho depositato un'interrogazione urgente per capire non solo come sia stato possibile l'hackeraggio, ma anche se il ministero l'abbia scoperto, che misure rimediali abbia preso e cosa intenda fare per evitare questi disastri nel futuro".

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