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Intelligenza artificiale (IA)

Negli USA un lavoratore su tre boicotta l’IA sul posto di lavoro: la Gen Z guida la rivolta contro l’automazione

Secondo un nuovo report, molti dipendenti americani, soprattutto quelli appartenenti alla Generazione Z, stanno deliberatamente ostacolando l’integrazione dell’AI nelle loro aziende confondendo i dati o riducendo volontariamente le proprie performance per rallentare il processo di automazione. Il timore è quello di perdere il lavoro per colpa delle macchine, tuttavia il timore dell’evoluzione rischia di diventare un boomerang contro gli stesso lavoratori. E molte aziende sembrano non aspettare altro.
A cura di Niccolò De Rosa
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Le aziende corrono verso l'adozione dell'intelligenza artificiale per restare competitive, ma l'integrazione dell'IA con il personale umano rischia di essere molto complessa. Un report realizzato da Writer e Workplace Intelligence, basato su un'indagine condotta su 2.400 lavoratori tra Stati Uniti, Regno Unito ed Europa, ha infatti rivelato che quasi un dipendente su tre ammette di aver sabotato le strategie di AI della propria azienda per evitare di trovarsi sostituiti in pochi mesi da un algoritmo. Tra i lavoratori della Generazione Z, la quota sale addirittura al 44%, trasformando il fenomeno in una vera e propria resistenza generazionale.

Uomini vs IA: le forme del sabotaggio

Il sabotaggio non è sempre evidente, ma assume forme diverse e spesso sottili. Alcuni dipendenti inseriscono dati aziendali sensibili in strumenti pubblici di AI o utilizzano piattaforme non autorizzate, mettendo a rischio la sicurezza. Altri rifiutano semplicemente di usare queste tecnologie. Nei casi più estremi, c'è anche chi dichiara di produrre deliberatamente lavori di bassa qualità o di manipolare i sistemi di valutazione delle performance per dimostrare l'inefficacia dell'intelligenza artificiale. Una forma di luddismo 3.0 che può rallentare notevolmente i processi di automazione.

Il report evidenzia anche una frattura crescente all'interno delle organizzazioni. Da un lato, i dirigenti: il 64% dichiara di utilizzare strumenti di AI per più di due ore al giorno e il 75% prevede che queste tecnologie entreranno nei processi decisionali strategici entro cinque anni. Dall'altro lato, una parte consistente dei dipendenti, soprattutto giovani, mostra diffidenza o aperta ostilità. Un disallineamento che rischia di rallentare l'innovazione e creare tensioni organizzative difficili da gestire.

La paura di diventare inutili

Alla base di questa resistenza c'è la paura di essere soppiantati da una macchina che, dopo essere stata debitamente addestrata, potrà svolgere molte delle professioni attuali in modo più rapido ed efficiente. Il 30% dei lavoratori che ammettono il sabotaggio lo fa per timore di perdere il proprio posto. È la cosiddetta "FOBO", Fear Of Becoming Obsolete, la paura di diventare obsoleti che, secondo un'analisi della società di consulenza KPMG, riguarda più della metà dei lavoratori statunitensi.

Il timore non è del tutto infondato. Negli ultimi mesi abbiamo avuto casi eclatanti. A fine marzo, il colosso informatico Oracle ha licenziato migliaia di dipendenti in tutto il mondo con una semplice mail inoltrata alle sei del mattino (ora americana). Anche in Italia, la multinazionale InvestCloud ha deciso di lasciare a casa tutti i 37 dipendenti della sede di Marghera. In tutti i casi non sappiamo però se i posti perduti verranno rimpiazzati da un modello generativo o si tratta di semplice AI Washing, ossia la pratica di licenziare personale con la scusa dell'automazione quando in realtà si vogliono semplicemente ridurre i costi di gestione o ristrutturare l'organigramma dell'azienda.

Il rischio dell'effetto boomerang per una narrazione incompleta

Anche molti  esperti e leader del settore lanciano continuamente avvertimenti circa il fatto che l'intelligenza artificiale potrebbe automatizzare una larga parte dei lavori impiegatizi, in particolare quelli entry-level, spesso occupati proprio dai più giovani, che infatti reagiscono sabotando l'IA. Qualcuno però predica calma. Il professor Alfonso Fuggetta del Politecnico di Milano ha per esempio spiegato qualche giorno fa a Fanpage.it come in realtà la narrazione predominante intorno all'intelligenza artificiale potrebbe alimentare paure (o entusiasmi) precoci e al momento immotivati che potrebbero farci perdere una grande occasione di cambiamento. "Storicamente, l'introduzione dei robot nelle fabbriche non ha fatto sparire gli operai, ha cambiato il loro modo di lavorare. La sostituzione totale del lavoro umano è un fenomeno molto più complesso di quanto dicano certi slogan", ha spiegato Fuggetta.

Una posizione che appare ancora più condivisibile anche dando un'occhiata allo stesso report di Writer. Secondo il documento, il 60% dei dirigenti sta valutando tagli al personale tra coloro che rifiutano di adottare l'AI, mentre il 77% esclude questi lavoratori da promozioni e ruoli di leadership. Al contrario, i cosiddetti "super-utenti" dell'intelligenza artificiale – ossia coloro che hanno imparato a integrarla efficacemente nel proprio lavoro – risultano avvantaggiati perché hanno maggiori probabilità di ottenere aumenti e avanzamenti di carriera e riescono a risparmiare fino a nove ore di lavoro a settimana.

Il problema, dunque, appare culturale prima ancora che tecnico: senza un adeguato accompagnamento, formazione e coinvolgimento, l'intelligenza artificiale rischia di essere percepita come una minaccia invece che come un'opportunità. Non si può però pretendere che tutto questo parta dal basso. Probabilmente spetterebbe alle aziende, anziché approfittare della situazione per sforbiciare posti e stipendi, investire maggiormente sulla crescita dei propri dipendenti. La speranza è che a essere intelligenti non siano rimaste soltanto le macchine.

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