Caso Corona – Signorini, c’è un elemento nelle indagini che è molto strano: il filone YouTube

Nel faldone delle indagini sul caso Signorini – Corona c’è qualcosa di quasi inedito nella storia del diritto digitale, almeno in Italia. Secondo fonti stampa, la Procura di Milano sta indagando anche sui manager di Google Italia e Google Ireland. L’ipotesi di reato sarebbe quella di diffamazione ai danni di Alfonso Signorini, in concorso con Fabrizio Corona. Ma si valuta anche il reato di ricettazione.
L’impianto accusatorio è chiaro. Se Fabrizio Corona è responsabile della diffamazione per i contenuti di Falsissimo, lo sono anche i manager di Google per aver permesso a quei contenuti di restare su YouTube, la piattaforma di Big G dedicata ai video. Una dinamica simile a quella dei giornali, dove c’è la responsabilità del giornalista e quella dell’editore per cui lavora il giornalista.
Chi è responsabile dei contenuti pubblicati sui social
Certo. Dietro questo impianto c’è l’idea che YouTube sia responsabile dei contenuti pubblicati sulla piattaforma. E qui arriviamo alla nota un po’ strana. Nella storia recente della tecnologia le piattaforme che ospitano contenuti per lungo tempo hanno cercato di non avere nessuna responsabilità dei contenuti pubblicati.
Ancora nel 2018 davanti al Congresso degli Stati Uniti Mark Zuckerberg diceva di considerare Meta una tech company invece che una media company: “Considero la nostra un'azienda tecnologica perché la cosa principale che facciamo è avere ingegneri che scrivono codice e costruiscono prodotti e servizi per altre persone”. Senza alcuna responsabilità.
Col tempo e con gli scandali le cose sono cambiate e le grandi piattaforme hanno cominciato a curare di più la moderazione dei loro contenuti. Almeno fino a quando con l’elezione di Donald Trump non hanno invertito la loro rotta. Il passaggio è stato particolarmente evidente con Meta: da marzo 2025 la piattaforma ha abbandonato la moderazione con i team di fact checking per puntare solo sulle Community Notes. Scelta al momento valida solo per gli Stati Uniti.
Il precedente in Italia: il video con le violenze a scuola
C’è un precedente in Italia. Anche se di molti anni fa. È una storia cominciata nel 2006, quando era comparso il video di un ragazzo autistico preso in giro da un gruppo di ragazzi. Il video era stato girato in Italia e pubblicato su Google Video, piattaforma poi rimpiazzata da YouTube. Nel 2010 tre dirigenti di Google Italia sono stati condannati in primo grado, proprio per aver permesso la pubblicazione del filmato e per non aver rispettato il diritto alla privacy del ragazzo.
Il processo è arrivato fino in Cassazione. Nel dicembre del 2013 c’è stato il ribaltamento della sentenza: la Corte di Cassazione ha assolto i tre imputati legati a Google. Una sentenza che all’epoca ha tracciato, almeno per la giurisprudenza italiana, i confini delle responsabilità delle piattaforme.