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Virus marino CMNV negli umani: nuovo studio su Nature Microbiology, Bassetti: “Sintomi oculari gravi”

Si tratta del nodavirus della mortalità occulta (CMNV), un virus marino finora osservato solo negli animali acquatici: un nuovo studio su Nature Microbiology suggerisce il possibile salto di specie all’uomo, associato a sintomi oculari gravi.
A cura di Valeria Aiello
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Il virus marino CMNV è stato associato a una forma di uveite con aumento della pressione intraoculare e rischio di danni alla vista.
Il virus marino CMNV è stato associato a una forma di uveite con aumento della pressione intraoculare e rischio di danni alla vista.

Un virus marino, noto come nodavirus della mortalità occulta (CMNV), che si pensava colpisse solo gli animali acquatici, come gamberetti e pesci, è stato associato per la prima volta a infezioni negli umani. Lo indicano i risultati di un nuovo studio pubblicato su Nature Microbiology, che suggerisce un possibile salto di specie, collegando il virus a una patologia oculare emergente. La malattia in questione è l’uveite anteriore virale ipertensiva oculare persistente (POH-VAU), una condizione caratterizzata da infiammazione e aumento della pressione intraoculare. “Provoca sintomi oculari gravi e insoliti, simili a quelli del glaucoma” ha spiegato il professor Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive al San Martino di Genova, sottolineando il potenziale impatto sulla vista nei casi più gravi. “È la prima volta – osserva – che un virus marino passa all’uomo”.

I dati emergono da osservazioni cliniche e sperimentali condotte negli ultimi anni in Cina, dove si è registrato un aumento dei casi di POH-VAU in diverse regioni del Paese, in particolare nelle province sud-orientali del Guangdong, Guangxi, Hunan e Jiangxi. È proprio da questo contesto che i ricercatori hanno cercato di chiarire la causa della patologia e il possibile ruolo del CMNV.

Virus marino CMNV: cosa ha scoperto lo studio

Lo studio ha preso in esame 70 pazienti che hanno ricevuto una diagnosi di POH-VAU tra il 2022 e il 2025, valutando i tessuti oculari rimossi durante interventi chirurgici agli occhi. Le analisi al microscopio elettronico hanno mostrato particelle virali riconducibili al CMNV, di circa 25 nanometri di dimensione, assenti in un gruppo di controllo di soggetti sani.

Per confermare la natura del virus, i ricercatori hanno utilizzato uno speciale anticorpo marcato con oro che si lega esclusivamente al CMNV. Il sequenziamento del materiale genetico ha rivelato una corrispondenza del 98,96% con la versione virale osservata negli animali acquatici.

Ulteriori test su colture cellulari e modelli animali hanno mostrato che il virus degli animali acquatici è in grado di infettare cellule dei mammiferi e di provocare sintomi analoghi a quelli osservati negli esseri umani, come l’aumento della pressione intraoculare.

Un dato chiave riguarda le possibili modalità di trasmissione del virus all’uomo: circa il 71% dei pazienti aveva avuto esposizioni frequenti ad animali acquatici, in particolare tramite la manipolazione senza protezioni o il consumo di prodotti ittici crudi. Secondo gli autori, si tratta della prima evidenza che un virus marino possa essere associato a una specifica malattia oculare nell’uomo.

Nell’ambito dello studio, i ricercatori hanno inoltre condotto anche un'indagine globale per verificare la diffusione dei virus: il CMNV è stato riscontrato in 49 specie, tra cui anche granchi e molluschi, in Asia, Africa, Europa, Antartide e nelle Americhe.

Bassetti: “Sintomi oculari gravi e rischio per la vista”

In un post sui social, Matteo Bassetti ha parlato di sintomi oculari “gravi e insoliti” legati a questa forma di infezione. Il virus può colpire l’occhio con effetti persistenti e potenzialmente dannosi per la vista. “Una pressione intraoculare pericolosamente elevata – afferma l’infettivologo – può portare a danni permanenti e alla cecità”.

L’attenzione va anche ai contesti in cui si verificano i casi. “La trasmissione sembra essere principalmente legata alla manipolazione o al consumo di frutti di mare crudi”, nel quadro di un virus in grado di compiere il salto di specie e infettare le persone, in particolare in aree con elevato consumo ittico e acquacoltura diffusa.

La modalità di esposizione, già nota per altre infezioni, come quella virus dell’epatite A, si associa alla diffusione del virus. La presenza in una gamma così ampia di ospiti suggerisce che il problema possa non essere limitato alla Cina. “Si tratta di un livello di adattabilità che sbalordisce la comunità scientifica – conclude l’infettivologo –. Gli oceani rappresentano oggi una nuova frontiera per le malattie infettive con possibili ricadute dirette sulla salute umana”.

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