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Tre anni di Long Covid, una sindrome incompresa: si fa troppo poco per aiutare i pazienti

Tra il 10 e il 20 percento dei pazienti infettati dal coronavirus SARS-CoV-2 sviluppa il “Long Covid”, una condizione ancora non pienamente compresa, che provoca enormi sofferenze e danni sociali ed economici. A 3 anni dallo scoppio della pandemia, c’è ancora moltissimo da fare secondo gli esperti.
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A cura di Andrea Centini
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La sindrome post COVID-19, comunemente nota come Long Covid, è una delle maggiori sfide sanitarie, sociali ed economiche che stiamo ereditando dalla pandemia, dichiarata esattamente 3 anni fa dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Era infatti l'11 marzo 2020 quando il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore generale dell'ente, fece l'annuncio in una sofferta conferenza stampa, mentre l'Italia si trovava già in lockdown. Il Long Covid è un insieme di sintomi che generalmente si manifesta dopo essere guariti dalla fase acuta dell'infezione da coronavirus SARS-CoV-2, ma può colpire anche chi ha avuto una condizione lieve o persino asintomatica. Come spiegato dalla dottoressa Janet Diaz, Project Manager for Severe Acute Respiratory Infection (SARI) dell'OMS, i tre sintomi principali sono mancanza di respiro (dispnea), affaticamento e disturbi cognitivi alla stregua della perdita di memoria, difficoltà nel linguaggio, confusione mentale e simili. Quest'ultima condizione è balzata agli onori della cronaca internazionale come “nebbia cerebrale” o “nebbia mentale”.

Questi sono i tre sintomi più comuni, come sottolineato dalla scienziata dell'OMS, tuttavia i medici ne hanno registrati in tutto oltre 200 differenti. Fra gli altri figurano dolore al petto, ansia, depressione, febbre, mialgia (dolori muscolari), perdita dell'olfatto (anosmia), perdita / alterazione del gusto (ageusia / disgeusia) e moltissimi altri. Non è chiaro quanto la sindrome possa durare: molti pazienti la sperimentano per mesi, altri addirittura oltre un anno (come nel caso di Ann lì, intervistata da Fanpage.it lo scorso anno). Secondo un recente studio pubblicato sul British Medical Journal nella maggior parte dei casi si risolverebbero entro un anno.

Il problema principale del Long Covid risiede nel fatto che non è ben inquadrato come condizione clinica, a causa della sua condizione “multiforme ed eterogenea”, come spiegato in un articolo su The Lancet. “A causa della lunga e diversificata sintomatologia della COVID, della dipendenza dai sintomi auto-riportati e della mancanza di test diagnostici e definizione di consenso, molti pazienti faticano a ottenere una diagnosi definitiva. Di conseguenza, il Long Covid viene spesso facilmente liquidato come una condizione psicosomatica”, evidenzia l'autorevole rivista scientifica. Del resto con 200 sintomi diversi non è semplice determinarne esattamente l'origine.

Ma mentre gli USA si sono già mossi istituendo il “Piano d'azione nazionale per la ricerca sul Long Covid”, con lo stanziamento di 1,15 miliardi di dollari nel 2022 nel contesto del progetto Researching COVID to Enhance Recovery (RECOVER), l'Unione Europea non ha ancora definito un'agenda di ricerca sulla condizione, afferma da The Lancet. E sarebbe opportuno che ci fosse, a causa dell'enorme numero di persone che soffrono della sindrome. Secondo le statistiche tra il 10 e il 20 percento dei pazienti Covid ne viene colpito, sia adulti che bambini, con un impatto estremamente negativo sulla qualità della vita. Come sottolineato in un cinguettio su Twitter dalla dottoressa Stella Kyriakides, la commissaria europea alla Salute, una persona contagiata su otto ancora soffre per il Long Covid, ed è necessario “intensificare la ricerca sulle cause, conseguenze e trattamento, con un approccio coordinato europeo”. “Lo dobbiamo a milioni di nostri cittadini”, ha chiosato la politica.

In molti casi, del resto, la condizione è così debilitante che chi ne soffre è costretto ad abbandonare gli studi e il lavoro, con un impatto sociale ed economico devastante. Secondo un documento dell'istituto di ricerca britannico IFS pubblicato la scorsa estate, a causa del Long Covid la perdita di ore di lavoro e reddito (aggregati) era equivalente ad avere 110mila lavoratori in malattia contemporaneamente. Con tutto ciò che ne consegue. Ma nonostante l'impatto sotto molteplici punti di vista, sono stati compiuti pochi progressi nella comprensione del Long Covid a causa di “mancanza di attenzione e risorse”. Dal punto di vista delle cause, come spiegato su The Lancet Infectious Diseases dai due scienziati Iwasaki e Putrino, si ipotizza il coinvolgimento della persistenza virale (molti si negativizzano dopo lungo tempo); della risposta immunitaria scaturita dall'infezione che genererebbe autoanticorpi in grado di interferire col sistema immunitario; della riattivazione di particelle virali nei tessuti; e “i cambiamenti cronici innescati dall'infiammazione che portano a danni agli organi, che potrebbero spiegare i diversi fenotipi esibiti dai lunghi pazienti COVID”.

Un aspetto importante è naturalmente quello legato al trattamento del Long Covid, ma essendo una sindrome così diversificata lo è anche l'approccio ai molteplici sintomi. Come indicato in questa tabella di riepilogo su trattamenti e terapie pubblicata su Nature, ad esempio, per le disfunzioni immunitarie si suggeriscono l'infusione di immunoglobuline per via endovenosa; per la nebbia cerebrale la stimolazione cognitiva; per l'affaticamento il Coenzima Q 10 e il D -ribosio; per la stanchezza e il sonno alterato l'aripiprazolo a basso dosaggio; per la persistenza virale il Paxlovid; per problemi alla funzione endoteliale, al microcircolo e stress ossidativo il picnogenolo e così via. Ovviamente sono tutte raccomandazioni che vanno valutate dal medico curante caso per caso.

L'ampia varietà di condizioni e la durata delle stesse rende il Long Covid un avversario ostico da comprendere affrontare, una situazione resa ancor più complessa a causa del ridotto interesse. “I mesi acuti della pandemia di COVID-19 hanno motivato una risposta senza precedenti da parte di governi, organizzazioni internazionali, aziende farmaceutiche e società civile. Il Long COVID non ha ricevuto neanche lontanamente lo stesso livello di attenzione o risorse”, ha spiegato The Lancet, sottolineando che ciò ha determinato “un danno diffuso alla salute, alle società e alle economie”. Dopo i 3 anni trascorsi, ne serviranno altri “per riconoscere, trattare e supportare i pazienti con Long Covid”, ha chiosato la rivista scientifica.

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