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Sempre più adulti assumono farmaci per l’ADHD, soprattutto dopo la pandemia: le cause secondo gli esperti

L’aumento delle nuove diagnosi di disturbo da deficit di attenzione ed iperattività (ADHD) registrato negli ultimi 20 anni ha subito un’ulteriore accelerazione dopo la pandemia. Uno studio canadese mostra come le prescrizioni di stimolanti potrebbero essere perfino raddoppiate, con un aumento significativo soprattutto nei giovani.
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L'impatto della pandemia sulla nostra salute mentale e sulla nostra consapevolezza rispetto ai problemi e alle condizioni che possono interessarla è stato evidente. Tra i diversi fenomeni osservati a livello mondiale ce n'è però uno che i ricercatori stanno ancora cercando di inquadrare: l'aumento delle diagnosi di ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) e delle prescrizione degli stimolanti (in genere destinati ai bambini con questa condizione) negli adulti.

Il trend è stato evidenziato in diversi Paesi del mondo, dal Regno Unito agli Stati Uniti passando per l'Australia, e per ultimo anche in Canada, dove un nuovo studio suggerisce che le prescrizioni di questa specifica categoria di farmaci negli adulti siano perfino raddoppiate rispetto all'epoca pre-pandemica.

Come sta cambiando l'uso dei farmaci per l'ADHD

Lo studio, sebbene sia stato condotto in Ontario, sembra seguire un andamento che i ricercatori definiscono globale, ma di cui le possibili cause sono solo in parte note. Nello specifico, gli autori hanno osservato che da gennaio 2016 a giugno 2024 a 327.053 adulti in Ontario è stata prescritto almeno una volta uno stimolante. Oltre al generale aumento, rispetto al passato sono state registrate diverse novità: per prima cosa l'abbassamento dell'età media dei destinatari – la maggior parte dei nuovi destinatari avevano tra i 18 e i 24 anni – inoltre l'aumento è stato più significativo tra le donne piuttosto che tra gli uomini. Le prime infatti rappresentano il 55% dei nuovi destinatari.

In realtà questo fenomeno è in linea con il generale aumento di nuove diagnosi di ADHD e quindi delle prescrizioni di farmaci come stimolanti – che fino a qualche decennio fa venivano utilizzati soprattutto per i bambini con questa condizioni – registrato a livello globale negli ultimi venti anni. Tuttavia, con la pandemia questo fenomeno sembra aver subito un'accelerazione ancora più significativa.

Le cause dietro al fenomeno

Oltre a osservare il dato in sé, i ricercatori si sono chiesti cosa significhi e quali siano le possibili cause dietro all'aumento delle diagnosi di ADHD negli adulti. Ricordiamo infatti che il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività è un disturbo del neurosviuluppo e in quanto tale tende in genere a manifestarsi durante l'infanzia. Come spiega infatti l'Istituto Superiore di Sanità, parliamo di "un disordine dello sviluppo neuro psichico del bambino e dell’adolescente, caratterizzato da iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi che si manifesta generalmente prima dei 7 anni d’età". Tuttavia, può essere diagnosticato anche in età adulta, nell'eventualità in cui i sintomi non siano stati intercettati durante l'infanzia.

L'aumento delle diagnosi quindi potrebbe essere da una parte dovuto a una maggiore consapevolezza e quindi anche alla possibilità di "recuperare" le possibili diagnosi mancate in età pediatrica. Tuttavia, questa maggiore conoscenza dell'ADHD – spiegano gli autori dello studio canadese – potrebbe essere un'arma a doppio taglio:

"Il crescente impatto degli influencer dei social media sulla consapevolezza dell'ADHD nei giovani adulti, così come la rapida evoluzione dei servizi sanitari virtuali che supportano valutazioni e trattamenti online, potrebbero anche contribuire a diagnosi errate e potenziali danni".

A livello globale potrebbero aver contribuito all'aumento delle prescrizioni di stimolanti anche altri fattori, come il maggiore accesso alle cure mediche, ma anche un maggiore disagio mentale e la crescente diffusione di ansia e depressione: il 25% dei casi dello studio canadese, quindi parliamo di un partecipante su quattro, presentavano anche una diagnosi per l'una o l'altra condizione.

I rischi dell'eccesso di diagnosi

Questo aumento delle diagnosi merita secondo i ricercatori un'attenta riflessione, perché se da una parte l'aumento della consapevolezza su questa questa condizione è una buona notizia, dall'altra "la diagnosi di ADHD negli adulti richiede – spiega l'esperta – una valutazione clinica attenta e completa", a cui si arriva attraverso l'applicazione di "protocolli di valutazione rigorosi.

Sui rischi dell'eccesso di diagnosi (e autodiagnosi) di ADHD aveva parlato a Fanpage.it anche Gian Marco Marzocchi, professore associato di Psicologia dello Sviluppo presso l'Università di Milano Bicocca, che aveva messo in guardia sulla trappola dei tanti test fai da te che si trovano online e sull'eccessiva banalizzazione dell'argomento che spesso avviene nel racconto sui social.

Oltre a quello dell'autodiagnosi, questo genere di contenuti, soprattutto se non realizzati da esperti o medici, ci espongono al "rischio che il disturbo venga banalizzato e ridicolizzato. Non dimentichiamoci – aveva ribadito l'esperto – che l’ADHD è un disturbo psichiatrico e quando è presente ha un impatto disfunzionale sulla vita del bambino o dell’adulto".

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