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Mercurio si sta restringendo e continua a diventare più piccolo

Lo suggerisce la presenza di faglie verticali che determinano il collasso di alcune parti di crosta sulla superficie del pianeta: queste strutture si sono formate in milioni di anni e, forse, molto più recentemente.
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A cura di Valeria Aiello
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Foto di Mercurio fatta dalla sonda Messenger / Credit: NASA
Foto di Mercurio fatta dalla sonda Messenger / Credit: NASA

Mercurio non è sempre stato così piccolo, ma si sta restringendo, in un processo che va avanti da miliardi di anni. Nonostante sia il pianeta più vicino al Sole, il suo nucleo si sta raffreddando a causa della dispersione del calore interno, provocandone la perdita di volume. Non è però chiaro fino a che punto Mercurio si sia ancora contraendo e per quanto tempo continuerà a farlo. Ma un nuovo studio pubblicato su Nature Geoscience ha fornito nuove informazioni sull’evoluzione del nucleo planetario e la contrazione globale che ne deriva.

Poiché l’interno di Mercurio si sta restringendo – spiega David Rothery, professore di Geoscienze Planetarie presso la Open University di Milton Keynes (Regno Unito) e autore del nuovo studio – la sua superficie (crosta) ha progressivamente meno area da coprire. Ciò si traduce nella formazione di ‘faglie di spinta’, in cui parti di suolo vengono spinte su quelle adiacenti”. Questo sistema di faglie determina il collasso di alcune parti di crosta, creando scarpate sulla superficie di Mercurio.

Sono simili alle rughe che si formano su una mela quando si fa vecchia ma, al contrario della mela, che si riduce perché si asciuga, Mercurio si restringe a causa della contrazione termica al suo interno” precisa Rothery.

La contrazione planetaria di Mercurio

La prima prova del restringimento di Mercurio è arrivata nel 1974, quando la sonda Mariner 10 trasmise le prime immagini del pianeta, mostrando scarpate di chilometri sulla sua superficie. Successivamente, la sonda Messenger, che ha orbitato attorno a Mercurio dal 2011 al 2015, ha messo in evidenza la presenza di scarpate in tutte le aree del globo.

Da tali osservazioni, prosegue Rothery in un articolo su The Conversation, è stato possibile dedurre che le faglie di spinta “si avvicinano alla superficie sotto ciascuna scarpata e sono una risposta al fatto che Mercurio si è ridotto di raggio per un totale di circa 7 km”.

Secondo gli studiosi, le scarpate di Mercurio avrebbero circa 3 miliardi di anni ma le prove emerse dal nuovo studio suggeriscono che queste strutture si possano essere evolute nel corso del tempo. Nello specifico, l’analisi dei dati della sonda Messenger indica che alcune scarpate presentano piccole strutture che si sovrappongono sulle loro superfici, chiamate “graben”, delle porzioni di terreno che si abbassano tra due faglie parallele. “I graben sono larghi meno di 1 km e profondi meno di 100 metri circa – indica Rothery – . Tali elementi relativamente piccoli devono essere molto più giovani dell’antica struttura su cui si trovano, altrimenti sarebbero stati cancellati alla vista dai crateri da impatto”.

Una sezione trasversale della crosta di Mercurio / Credit: DA Rothery
Una sezione trasversale della crosta di Mercurio / Credit: DA Rothery

Ciò che gli studiosi hanno calcolato è che la maggior parte dei graben avrebbe meno di 300 milioni di anni. “Ciò suggerisce che l’ultimo movimento deve essere avvenuto altrettanto “recentemente””. In totale, un totale di 48 grandi scarpate mostrerebbe piccoli graben e altre 244 avrebbero “probabili” graben.

Per confermare la presenza di queste strutture, i ricercatori dovranno però attendere che BepiColombo, la missione congiunta dell’Agenzia spaziale europea (ESA) e della Japan Aerospace Exploration Agency (JAXA), raggiunga Mercurio, dove dovrebbe iniziare a operare all’inizio del 2026. “Oltre a mostrare più chiaramente piccoli graben, le immagini più dettagliate potrebbero rivelare tracce di massi che potrebbero essere un’ulteriore prova dei recenti terremoti. Non vedo l’ora di scoprirlo” ha concluso Rothery.

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