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Meningite e sintomi, Lopalco: “Attenzione ai primi segnali”, i rischi per l’Italia dai casi in UK

Il professor Pier Luigi Lopalco parla del focolaio di meningite nel Kent e dei rischi: “I primi sintomi sono mal di testa, febbre e rigidità del collo, spesso confusi con un’influenza”. Ecco quali segnali riconoscere e come funziona il vaccino in Italia.
Intervista a Pier Luigi Lopalco
Epidemiologo e docente ordinario di Igiene e Medicina Preventiva presso l'Università del Salento
A cura di Valeria Aiello
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Pier Luigi Lopalco, epidemiologo, commenta il focolaio di meningite nel Regno Unito e spiega quali sintomi riconoscere e il ruolo del vaccino
Pier Luigi Lopalco, epidemiologo, commenta il focolaio di meningite nel Regno Unito e spiega quali sintomi riconoscere e il ruolo del vaccino

Il focolaio di meningite scoppiato nel Regno Unito, nell’area di Canterbury (Kent), ha riacceso l’attenzione su un’infezione rara ma potenzialmente grave. Ad oggi sono 15 i casi segnalati dall’Agenzia britannica per la sicurezza sanitaria (UKHSA), tra cui purtroppo si contano due morti: uno studente di 21 anni dell’Università del Kent e una 18enne all’ultimo anno delle superiori. Oltre 30.000 persone – tra studenti, personale e familiari – sono state contattate nell’ambito delle attività di tracciamento e prevenzione. Tra le misure adottate, la somministrazione di antibiotici ai contatti stretti e l’estensione della profilassi anche a chi ha frequentato specifici luoghi nei giorni precedenti, come ambienti universitari e locali. Riconoscere tempestivamente i sintomi resta fondamentale, perché la malattia può evolvere rapidamente.

Per capire cosa sta succedendo e quali segnali non sottovalutare, abbiamo intervistato il professor Pier Luigi Lopalco, epidemiologo e ordinario di Igiene e Medicina Preventiva presso l’Università del Salento, che a Fanpage.it spiega perché si possono verificare cluster di casi e quali sono i sintomi iniziali a cui prestare attenzione.

Professore, nel focolaio di meningite nel Kent si parla di 15 casi in pochi giorni: di quale tipo di infezione si tratta esattamente e quali ceppi sono coinvolti?
Si tratta di un’infezione causata dal meningococco Neisseria meningitidis, un batterio che può provocare meningite, cioè un’infiammazione delle membrane che rivestono il cervello e, in alcuni casi, anche forme fulminanti di sepsi, soprattutto nei bambini e nei giovani adulti. Di questo batterio conosciamo diversi sierogruppi: i più diffusi in Europa sono il B e il C. In questo caso, dalle prime informazioni disponibili, si tratterebbe del sierogruppo B (MenB).

Perché questi casi stanno emergendo proprio ora?
Una caratteristica importante di queste infezioni è che molte persone possono essere portatori sani del batterio. Il meningococco è infatti un batterio che può colonizzare la gola senza dare sintomi, per cui nella popolazione esistono molti portatori sani. Per diversi motivi, una persona da portatore può sviluppare la malattia, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di episodi isolati. Talvolta, però, possono verificarsi eventi come quello che stiamo osservando nel Kent, con cluster epidemici molto virulenti, limitati nello spazio e nel tempo.

In diverse situazioni di questo tipo è stato identificato un ceppo di meningococco particolarmente aggressivo, cosiddetto ipervirulento, che può diffondersi più facilmente all’interno di comunità ristrette. Conosciamo, ad esempio, il genotipo ST11, che spesso si associa al sierogruppo C ma può essere riscontrato anche nel sierogruppo di tipo B. Quando ci troviamo di fronte a ceppi di questo tipo, è più probabile osservare più casi ravvicinati e forme cliniche gravi.

Sono dinamiche note per il meningococco che, in presenza di condizioni favorevoli alla trasmissione – come contatti stretti e frequenti in ambienti condivisi – può favorire la comparsa di focolai anche in tempi brevi. Non a caso, nell’epidemia del Kent, alcune delle persone coinvolte avevano frequentato gli stessi luoghi nei giorni precedenti alla comparsa dei sintomi, inclusa una discoteca di Canterbury, segno di una trasmissione legata a contatti ravvicinati.

Quali sono i sintomi iniziali della meningite a cui bisogna prestare attenzione?
I primi sintomi della meningite possono essere mal di testa, febbre e rigidità del collo, ma non sempre sono immediatamente riconoscibili perché, nelle fasi iniziali, possono essere facilmente confusi con quelli di altre condizioni comuni, come un’influenza: possono comparire anche brividi, vomito, stanchezza o dolori muscolari. Quando però si tratta della forma classica di meningite, la rigidità del collo e un mal di testa intenso e persistente diventano segnali più indicativi.

Purtroppo ci sono anche casi che si manifestano in forma molto aggressiva, come la sepsi meningococcica. In queste situazioni il tempo per intervenire è limitato a poche ore, perché si può arrivare a una forma generalizzata emorragica che lascia poco spazio anche alla terapia. Possono comparire sonnolenza marcata, stato confusionale, estremità fredde e una caratteristica eruzione cutanea che non scompare alla pressione.

Quali sono i rischi per l’Italia e quali misure di prevenzione più efficaci, tra vaccinazioni e comportamenti quotidiani?
In Italia, il livello di rischio è sovrapponibile a quello degli altri Paesi europei: ogni anno si registrano pochi casi isolati di meningite meningococcica, con episodi epidemici occasionali. Quando si verificano situazioni come quella osservata nel Regno Unito, è probabile che all’interno della stessa comunità siano presenti diversi portatori sani del batterio, il che aumenta la probabilità che si manifestino più casi clinici, anche gravi, nello stesso contesto. Il meningococco, infatti, non si diffonde facilmente per via aerea come il morbillo, ma richiede contatti stretti e prolungati: per questo i contesti più a rischio sono quelli delle comunità chiuse, come scuole, college o luoghi di aggregazione frequentati dai giovani, dove le interazioni sociali sono più intense e ravvicinate.

In queste situazioni si interviene innanzitutto con il tracciamento dei contatti e la profilassi antibiotica per le persone esposte, così da ridurre il rischio di nuovi casi all’interno della stessa comunità. Accanto a queste misure, la vaccinazione rappresenta il principale strumento di prevenzione. Oggi abbiamo vaccini efficaci contro i principali sierogruppi circolanti, in particolare il B e il C.

In Italia questi vaccini sono offerti gratuitamente nell’infanzia e sono previsti richiami nell’adolescenza: una strategia consolidata che permette di ridurre il rischio, soprattutto nelle fasce più giovani.

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