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L’Aloe vera dona speranze contro il sintomo più temuto dell’Alzheimer: la perdita di memoria

Gli scienziati hanno determinato che un composto presente nella pianta medicinale Aloe vera (il beta-sitosterolo) potrebbe proteggere dalla perdita di memoria innescata dal morbo di Alzheimer. Ecco cosa è stato scoperto.
A cura di Andrea Centini
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Foglie di Aloe vera. Credit: iStock
Foglie di Aloe vera. Credit: iStock

Un nuovo studio ha dimostrato che un composto della pianta Aloe vera potrebbe essere un prezioso alleato per combattere i sintomi del morbo di Alzheimer, la principale forma di demenza al mondo. Attraverso un'indagine bioinformatica, infatti, gli scienziati hanno scoperto che il composto chiamato beta-sitosterolo – presente nelle foglie della pianta succulenta – ha capacità di legarsi fortemente con enzimi responsabili della degradazione dell'aceticolina, “uno dei neurotrasmettitori più importanti, responsabile della trasmissione nervosa sia a livello del sistema nervoso centrale, sia periferico nell'uomo e in molti altri organismi”, come spiegato dall'Istituto Superiore di Sanità (ISS).

In parole semplici, l'acetilcolina – meno abbondante nei pazienti con Alzheimer – gioca un ruolo fondamentale nel funzionamento della nostra memoria, pertanto contrastare gli enzimi che la degradano può offrire dei benefici preziosi nel contrasto al declino cognitivo. È doveroso sottolineare che al momento l'attività di legame del beta-sitosterolo con questi enzimi è stata dimostrata solo su simulazioni al computer, pertanto ci potrebbe volere molto tempo prima di arrivare a una nuova terapia contro la demenza. Tuttavia siamo innanzi a una scoperta significativa alla luce della scarsità di opzioni terapeutiche contro questa forma di neurodegenerazione, che colpisce circa 50 milioni di persone in tutto il mondo. Un dato che, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), triplicherà entro il 2050 a causa dell'invecchiamento della popolazione globale.

A scoprire che il beta-sitosterolo presente nelle foglie di Aloe vera è in grado di contrastare gli enzimi che degradano il neurotrasmettitore acetilcolina è stato un team di ricerca del Laboratorio di chimica analitica e molecolare presso l'Università Hassan II di Casablanca (Marocco). I ricercatori, coordinati da Meriem Khedraoui e Samir Chtita della Facoltà di Scienze "Ben M'Sik" presso l'ateneo marocchino, sono andati a caccia di questi composti partendo dalle potenziali proprietà officinali della pianta. Gel, lattice e altre sostanze estratte da questa pianta, del resto, vengono utilizzate sin dall'antichità contro molteplici condizioni, dalla cura delle ferite (ustioni comprese) alle malattie della pelle, passando per problemi di circolazione, costipazione e altro. In realtà, come evidenziato dall'Istituto Humanitas, non sempre tali potenziali benefici sono supportati da evidenze scientifiche. Va inoltre considerato che, come indicato nello studio “Aloe vera: A review of toxicity and adverse clinical effects”, alcune ricerche hanno evidenziato la presenza di composti come polisaccaridi e composti fenolici (soprattutto antrachinoni) che se ingeriti possono comportare “diarrea, ipopotassiemia, pseudomelanosi coli, insufficienza renale, nonché fototossicità e reazioni di ipersensibilità”. Addirittura, l'estratto delle foglie di questa pianta (appartenente alla famiglia delle Asphodelaceae) è stato classificato come possibile cancerogeno per l'uomo (Gruppo 2B) dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro). I potenziali farmaci derivati dai composti di questa pianta, chiaramente, dovranno tutti essere sottoposti a una lunga trafila di test preclinici e clinici, per determinarne sicurezza ed efficacia. Al momento sono solo teoriche e testata “in silico”, cioè su una simulazione informatica.

La dottoressa Khedraoui e colleghi si sono concentrati su due enzimi chiamati acetilcolinesterasi (AChE) e butirrilcolinesterasi (BchE), che sono i principali composti in grado di scomporre l'acetilcolina. Attraverso la simulazione al computer hanno vagliato le sostanze presenti nella pianta di Aloe vera capaci di legarsi con questi enzimi e dunque limitarne gli effetti. Attraverso la tecnica di docking molecolare hanno testato vari composti, identificando il beta-sitosterolo come il più efficace. Esso, infatti, ha mostrato un'affinità di legame di -8,6 kcal/mol per l'AChE e di -8,7 kcal/mol per il BchE, hanno spiegato gli autori dello studio in un comunicato stampa.

Il test ADMET (Assorbimento, Distribuzione, Metabolismo, Escrezione e Tossicità), che aiuta a stimare tossicità, biodisponibilità, assorbimento ed espulsione dei composti chimici, ha evidenziato un profilo favorevole, anche per un altro composto chiamato acido succinico. “I nostri risultati suggeriscono che il beta-sitosterolo, uno dei composti dell'Aloe vera , mostra affinità di legame e stabilità significative, rendendolo un candidato promettente per ulteriori sviluppi farmacologici”, ha affermato la dottoressa Khedraoui. “L'analisi completa supporta il potenziale di questi composti come agenti terapeutici sicuri ed efficaci”, le ha fatto eco il dottor Chtita.

Come indicato, al momento si tratta solo di un'indagine bioinformatica, pertanto saranno necessarie ulteriori e approfondite ricerche per arrivare a un composto in grado di contrastare il declino cognitivo e la perdita di memoria innescati dal morbo di Alzheimer. Uno studio del 2018 aveva mostrato che l'estratto di Aloe vera aloe-emodina ha un potenziale antitumorale contro il glioblastoma, una comune e aggressiva forma di cancro al cervello. I dettagli della nuova ricerca “In silico exploration of Aloe vera leaf compounds as dual AChE and BChE inhibitors for Alzheimer’s disease therapy” sono stati pubblicati su Current Pharmaceutical Analysis.

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