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La Luna si sta rimpicciolendo, cosa significa e perché la NASA dice che è un problema

L’interno della Luna continua gradualmente a raffreddarsi, perdendo volume e facendo in modo che la sua crosta abbia progressivamente sempre meno superficie da coprire. Secondo l’Agenzia americana, il satellite ha già perso oltre “50 metri di circonferenza” con formazione di faglie spesso associate ad attività sismica.
A cura di Valeria Aiello
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La Luna si sta gradualmente restringendo e questo è un problema. Lo dice la NASA, che sta lavorando al ritorno dell’uomo sulla Luna, acquisendo nuovi dati sulle caratteristiche dei siti dove sbarcheranno gli astronauti di Artemis III nell’ambito della missione Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) gestita dal Goddard for the Science Mission Directorate dell’Agenzia spaziale americana. La Luna, spiega la NASA, ha già perso oltre “50 metri di circonferenza” per effetto del progressivo raffreddamento del suo interno nelle ultime centinaia di milioni di anni e ciò comporta una notevole deformazione della sua superficie, con formazione di faglie spesso associate ad attività sismica.

Allo stesso modo dell’uva, che raggrinzisce trasformandosi in uva passa, anche la Luna sviluppa rughe quando si restringe. Ma, a differenza dell’uva, la superficie della Luna è fragile e ciò provoca la formazione di faglie nei punti in cui le sezioni della crosta si spingono l’una contro l’altra” indicano i ricercatori. Le prove che documentano come questo continuo restringimento stia causando la formazione di faglie, anche nei possibili siti di allunaggio della missione Artemis III, sono state appena dettagliate in uno studio pubblicato sul The Planetary Science Journal.

Perché la Luna sta diventando più piccola

Per quanto, vista dalla Terra, possa sembrare un posto “tranquillo”, la Luna è soggetta a continui stress che rendono il nostro satellite dinamico e inquieto, non solo per la frequenza con cui la sua superficie viene colpita da asteroidi e comete. Buona parte delle sollecitazioni sono infatti dovute al raffreddamento del suo nucleo interno, che ha prodotto e continua a produrre una riduzione di volume, facendo in modo che la sua crosta abbia progressivamente sempre meno area da coprire. Ciò si traduce nella formazione di faglie, spesso accompagnate da attività sismiche, come i terremoti lunari (lunamoti).

Di queste faglie, ad oggi, ne sono state identificate diverse in più aree della Luna, ma gli autori del nuovo articolo, guidati da Tom Watters della Smithsonian Institution di Washington, hanno collegato un gruppo di faglie, situate nella regione meridionale vicino e all’interno di alcune aree candidate all’allunaggio degli astronauti di Artemis III, a uno dei più potenti lunamoti mai registrati dai sismometri Apollo oltre 50 anni fa. Utilizzando poi alcuni modelli per simulare la stabilità dei pendii superficiali nella regione, il team ha scoperto che alcuni di questi siti sono particolarmente vulnerabili alle frane dovute alle scosse sismiche.

I terremoti sulla Luna sono un problema per gli astronauti

Sulla Luna, indicano gli studiosi, i terremoti si verificano in prossimità della superficie lunare, a circa 150 chilometri di profondità nella crosta. Come le scosse terrestri, i lunamoti sono causati dall’attivazione di faglie e possono essere abbastanza forti da danneggiare edifici, attrezzature e altre strutture create dall’uomo. Tuttavia, rispetto agli scuotimenti terrestri, che tendono a durare pochi minuti o secondi, i terremoti lunari possono durare ore, come il sisma di magnitudo 5 registrato dalla rete sismica passiva Apollo negli Anni 70 e conosciuto col nome di Smq n9 (acronimo di Shallow moonquake number 9, cioè lunamoto superficiale numero 9).

Le faglie collegate questo sisma sono state individuate analizzando i dati delle Narrow Angle Cameras (Nac), le due telecamere ad angolo stretto a bordo della sonda LRO della NASA. Alcune di queste faglie erano già note, ma altre erano precedente sconosciute: una di queste ultime, o meglio, un gruppo di queste nuove faglie, chiamato dai ricercatori de Gerlache cluster, si trova proprio all’interno dell’area di de Gerlache Rim 2 (il bordo 2 del cratere de Gerlache), uno dei possibili siti identificati dalla Nasa per l’allunaggio degli astronauti di Artemis III.

Ciò ha portato gli studiosi a modellare la stabilità dei pendii superficiali della regione meridionale della Luna e alla scoperta di alcune aree particolarmente suscettibili a “frane di regolite” che possono essere innescate anche a scosse sismiche leggere. “Un leggero scuotimento sismico può essere tutto ciò che è necessario per innescare frane di regolite” affermano gli autori dello studio nel loro articolo, evidenziando inoltre che i modelli “suggeriscono che terremoti superficiali capaci di produrre forti scuotimenti del terreno nella regione del polo sud lunare sono possibili a causa di eventi di scivolamento su faglie esistenti o della formazione di nuove faglie di spinta”.

Secondo gli studiosi, questo significa che i terremoti superficiali possono rappresentare un pericolo per i futuri sforzi di esplorazione umana nella regione, arrivando anche a devastare ipotetici insediamenti umani sulla Luna. Di conseguenza, evidenziano gli autori della ricerca, nella pianificazione della posizione e della stabilità degli avamposti permanenti, dovrà essere presa in considerazione “la distribuzione globale delle giovani faglie di spinta, il loro potenziale di essere attive e il potenziale di formare nuove faglie di spinta dalla contrazione globale in corso” per cui saranno necessari nuovi dati sismici.

La mappatura dell’attività sismica sulla Luna

Missioni come la prossima Farside Seismic Suite che consegnerà due sismometri (collaudati in volo attraverso la missione InSight su Marte) al cratere Schrödinger, amplieranno le misurazioni effettuate dalle rete passiva Apollo e aumenteranno la conoscenza della sismicità, fornendo informazioni fondamentali sull’evoluzione del nucleo lunare e sulla contrazione globale che ne deriva.

L’obiettivo è identificare con più precisione i luoghi che possono rivelarsi pericolosi per l’esplorazione umana. “Mentre ci avviciniamo alla data di lancio della missione Artemis III con equipaggio (per ora rinviato al settembre 2026, ndr), è importante mantenere i nostri astronauti, le nostre attrezzature e le nostre infrastrutture il più sicuri possibile – ha aggiunto Nicholas Schmerr, coautore dello studio e professore associato di geologia presso l’Università del Maryland – . Questo lavoro ci sta aiutando a prepararci a ciò che ci aspetta sulla Luna, che si tratti di progettare strutture in grado di resistere meglio all’attività sismica lunare o di proteggere le persone da zone veramente pericolose”.

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