“Il tumore al pancreas è raro e diverso dagli altri”: l’oncologo Reni spiega perché è difficile da curare

Il tumore al pancreas è notoriamente una malattia oncologica subdola e molto difficile da trattare. Non a caso, come spiegato dall'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), è considerata una delle neoplasie “più difficili da diagnosticare in tempi utili e quindi da curare”. Una delle ragioni è legata al fatto che, molto spesso, i sintomi compaiono quando il cancro è già in uno stadio avanzato, dunque con le metastasi già diffuse. Ne consegue una mortalità elevata, la più alta per quanto riguarda i tumori solidi.
Il tumore al pancreas è tristemente balzato agli onori della cronaca nazionale più volte, avendo colpito alcuni personaggi famosi molto amati dal grande pubblico. Fra chi ha perso la vita negli ultimi anni a causa di questa malattia ricordiamo Gianluca Vialli, Sven Goran Ericksson, Eleonora Giorgi ed Enrica Bonaccorti. La conduttrice, nata a Savona nel 1949, è scomparsa a Roma il 12 febbraio 2026, a meno di un anno dalla diagnosi, avvenuta nell'estate del 2025.
La forma più comune della neoplasia è l'adenocarcinoma duttale del pancreas (PDAC), che rappresenta il 90 percento dei casi. È così chiamato perché origina nei dotti deputati al trasporto degli enzimi che favoriscono la digestione e l'assorbimento dei nutrienti, come la lipasi e la tripsina. Secondo gli ultimi dati del rapporto "I numeri del cancro" di AIRTUM, AIOM e altre associazioni, nel 2024 in Italia sono stati registrati 13.585 nuovi casi di tumore al pancreas, dei quali 6.873 tra gli uomini e 6.712 tra le donne.
Per comprendere meglio perché il tumore al pancreas è una malattia così complessa da trattare, come sta procedendo la ricerca sulle cure e quali sono i sintomi cui prestare attenzione, Fanpage.it ha intervistato il professor Michele Reni, Primario delle Unità Operative di Oncologia e Day Hospital Oncologico, direttore del programma strategico di coordinamento clinico del Pancreas Center all'IRCCS Ospedale San Raffaele e professore associato di Oncologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele.
Recentemente il medico e scienziato ha presentato i risultati del Progetto Cassandra, uno studio in cui è stato dimostrato che i pazienti trattati con una combinazione di farmaci chemioterapici sviluppata presso il San Raffaele – chiamata PAXG – è risultata più efficace del trattamento standard (mFOLFIRINOX) nel migliorare la sopravvivenza libera da eventi sfavorevoli. Come evidenziato nello studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, che ha coinvolto 132 pazienti tra il 2020 e il 2024, PAXG ha prolungato la sopravvivenza libera da eventi (EFS) mediana di 16,0 mesi, rispetto ai 10,2 mesi della terapia standard.
Professor Reni, perché il tumore al pancreas è una malattia così aggressiva e difficile da curare? Si legge che la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi sia appena del 5 percento.
La statistica va un filino aggiornata perché in realtà la probabilità di sopravvivenza a 5 anni è al 13 percento, ma comunque è sempre il fanalino di coda. Purtroppo è il tumore con la prognosi peggiore, quindi sì, sono stati fatti dei progressi ma resta sempre un tumore molto difficile da curare e lo resta per tantissimi motivi.
Ci spieghi
Perché è un tumore raro, perché è diverso da tutti gli altri, perché manca una cultura specifica da parte del mondo oncologico su questa malattia. A volte è molto frustrante affrontarla, per vari motivi di inefficacia o scarsa efficacia delle terapie e di carico di bisogno di salute che i pazienti hanno, per le tante complicazioni legate alla malattia stessa. Tutto questo comporta che ci sia un atteggiamento molte volte nichilistico anche da parte degli oncologi che affrontano questa malattia. Quindi, fondamentalmente, è un problema di rarità, un problema di tipologia della patologia e un problema di cultura, che tutto sommato manca abbastanza.
Se posso sottolineare un aspetto, i progressi che sono stati fatti derivano principalmente dalle ricerche condotte dal mondo accademico, non dalle ricerche condotte dal mondo farmacologico o farmaceutico. Questo anche perché questa patologia, proprio per la sua difficoltà, rappresenta una situazione poco appetibile per le aziende farmaceutiche. Quindi la ricerca indipendente è quella che principalmente ha permesso di fare dei progressi in questi anni.
Tra i motivi che rendono il tumore al pancreas difficile da attaccare con i farmaci vi è l'ostile microambiente tumorale, cosa può dirci al riguardo?
È uno dei tanti motivi per cui il tumore si presenta abbastanza resistente all'azione dei farmaci. In passato sono stati fatti degli studi che hanno cercato di scardinare, diciamo, il microambiente, lo stroma, che apparentemente protegge il tumore dall'aggressione dei farmaci. Ma in realtà questo è un Giano Bifronte, nel senso che quando sono riusciti a scardinare con le molecole questo “scudo” del tumore, il tumore si è fatto più aggressivo. Cioè, in qualche modo, quello scudo protegge il resto del corpo anche dall'aggressione del tumore: è vero che rende più difficile raggiungere il tumore con i farmaci, ma rende anche più difficile alle cellule tumorali di andare in giro per il corpo. Aprire quello scudo, a volte, ha un effetto deleterio anziché favorevole. Quindi, come sempre, siamo di fronte a una situazione estremamente articolata e complessa, che non è riproducibile negli studi preclinici di laboratorio e che in qualche modo è uno degli argomenti per cui il il tumore del pancreas è così difficile da curare.
A tal proposito, c'è stata una recente ricerca di cui si è parlato molto sui media, quella condotta in Spagna dal team del professor Mariano Barbacid che è riuscito – per la prima volta – a eliminare del tutto il tumore al pancreas nei topi. Cosa ne pensa delle prospettive? Si legge che non è una terapia facilmente trasferibile all'essere umano.
È corretto. Ne parlavo ieri mattina a lezione: su 500 molecole che vengono testate in pre-clinica, una arriva a diventare un nuovo standard. Perché nel laboratorio dove si creano artificialmente delle condizioni negli animali, tutto funziona, ma l'essere umano è completamente diverso e molto più complicato. Certo, possono arrivare dei dati interessanti dai laboratori, ma poi se la ricerca non arriva a dimostrare la sua efficacia nell'essere umano, purtroppo non abbiamo guadagnato niente per i pazienti. E il percorso per arrivare dalle 500 molecole a quella che diventa lo standard può durare 8-10 anni.
Chiarissimo
Per questo motivo mi stupisce tantissimo il fatto che ci sia una carica mediatica su questo studio – uno dei tanti che hanno dato dei risultati interessanti – e per il quale tutti i pazienti vengono a chiederci dei risultati. E viceversa, non c'è altrettanto clamore dietro agli studi accademici che hanno già dimostrato che nell'essere umano c'è un vantaggio significativo sul controllo di malattia. Quindi, che abbiamo fatto un passo avanti concreto e che possiamo già applicare domani mattina nei pazienti che vengono in ambulatorio. E non – forse – fra 10 anni con una probabilità su 500.
Noi abbiamo un esempio mondiale che si chiama Studio Cassandra, che ha dimostrato la superiorità di uno schema nato in Italia rispetto al precedente standard. Questo studio è il primo esempio mondiale che è stato totalmente finanziato da alcune associazioni di pazienti, come My Everest, Codice Viola, che sono le principali. È realmente indipendente, perché col finanziamento ha permesso all'Accademia di sviluppare le proprie idee. È una cosa concreta e di questo si parla troppo poco.
È un progetto molto interessante. Probabilmente nella “promozione mediatica” dello studio di Barbacid ha giocato il fatto che per la prima volta il tumore è stato eliminato completamente negli esperimenti
Certo, ma ciò che dice significa che avremmo risolto il problema del tumore nel momento in cui noi saremo in grado di trasformare gli esseri umani in topi. Perché è questo il concetto. Così, purtroppo o per fortuna, non è.
Assolutamente
Voglio fare informazione sul fatto che le associazioni di pazienti, alcune associazioni di pazienti illuminate, permettono di fare ricerca. L'alleanza tra il mondo accademico e le associazioni dei pazienti fa la differenza. Lo studio è un dettaglio – per fortuna è andato bene – ma la vera notizia è che il sostegno della associazioni di pazienti alla ricerca indipendente è sfociato in un risultato significativo, a differenza dei topi. È una cosa sostanziale. Sì, non è così eclatante perché di fatto il tumore – purtroppo – non l'abbiamo fatto sparire, ma abbiamo fatto un bel passo avanti dal punto di vista della capacità di controllarlo più a lungo. E questo è un ottimo risultato direi.
Senza alcun dubbio. Come ultima cosa le chiedo, quali sono i sintomi cui bisogna prestare attenzione?
I sintomi sono insidiosi perché sono gli stessi che si possono avere per problematiche molto più comuni, quindi nella diagnosi differenziale è più facile pensare a una gastrite, per esempio, che è in realtà un potenziale sintomo di un tumore del pancreas, perché il pancreas si trova dietro lo stomaco. Oppure è un problema ortopedico sulla colonna lombare, perché il pancreas si trova davanti alle prime vertebre lombari. Queste problematiche sono più frequenti, quindi la dorsalgia o l'epigastralgia, cioè il dolore nella zona dello stomaco, a volte sono sintomi di un tumore del pancreas.
Alcuni sintomi sono facili da riconoscere, anche se non sono necessariamente evocativi di un tumore del pancreas. Per esempio l'ittero, cioè il fatto che il paziente diventi giallo, ma in quel caso si fa un approfondimento e se c'è il tumore lo si vede, se c'è un calcolo lo si vede. Un sintomo che potrebbe aiutare a fare una diagnosi precoce è una cosa che si chiama steatorrea, che spesso nessuno sa che cosa sia.
Ci spieghi
Si tratta di una sorta di diarrea che avviene con l'eliminazione di grassi attraverso le feci, quindi le feci diventano gialle, galleggiano. A volte è uno dei primi sintomi che si verificano quando una persona ha un tumore del pancreas. In pratica il pancreas produce degli enzimi che servono per digerire e assorbire il cibo che mangiamo e particolarmente i grassi. Se i grassi non sono digeriti, le feci diventano più leggere, quindi tendono a stare a galla. Diventano anche più chiare, per cui si vede un colore giallastro o biancastro e tendono a essere oleose, untuose, appiccicose. Questo si chiama steatorrea, cioè una diarrea provocata dall'irritazione intestinale dei grassi non assorbiti e non digeriti. Comporta poi una perdita di peso, che è anche quello uno dei sintomi, ma se uno sta facendo la dieta non se ne accorge, magari solo se la perdita di peso è in eccesso rispetto a quello previsto. La steatorrea è un segnale preoccupante da approfondire.