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Il problema della disabilità a Sanremo, Tomirotti: “L’inclusione non cancella le competenze”

Il commento a Fanpage.it di Valentina Tomirotti sull’esibizione a Sanremo del coro Anffas Nazionale, l’Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo: “Questa narrazione emotiva della disabilità non ha nulla a che fare con l’inclusione”.
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Foto dal profilo Facebook di Valentina Tomirotti
Foto dal profilo Facebook di Valentina Tomirotti

"Avrebbero potuto invitare un artista con disabilità che la musica la sa fare davvero. Avrebbero potuto portare sul palco qualcuno che non avesse bisogno di essere spiegato, ma semplicemente ascoltato". Valentina Tomirotti, giornalista e attivista per i diritti delle persone con disabilità, ha commentato così in un post su Instagram l'esibizione sull'Ariston del coro Anffas Nazionale, l'Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, andata in onda ieri, durante la seconda serata della 76esima edizione del Festival di Sanremo.

Il punto non è ovviamente criticare la loro esibizione, ma chiederci se quel tipo di narrazione della disabilità sia in grado di portarci verso una società davvero inclusiva o non rischi soltanto di riaffermare i pregiudizi di sempre. Fanpage.it lo ha chiesto a Tomirotti.

"Io sono come te", ma non è così

La maglia che indossavano i componenti del coro, con quella scritta "Io sono come te" – ha scritto Tomirotti – è l'immagine di una rappresentazione della disabilità che non ha nulla a che vedere con la vera inclusione, ma anzi rischia di confinare ancora di più le persone con disabilità nella sterile e controproducente etichetta di "persone speciali". Un'etichetta che serve a rassicurare gli altri, ma non tutela né combatte per i diritti dei diretti interessati. Prosegue Timorotti: "Dire “sono come te” serve a tranquillizzare chi guarda. No. Non sono come te. Non abbiamo le stesse condizioni di partenza. La vera inclusione non cancella la differenza. La riconosce. La sostiene. La rende competente. ".

Il diritto alle competenze

"Questo tipo di rappresentazione non ci permette di guardare alla persona, ma a ciò che rappresenta. E in Italia la disabilità è qualcosa di inferiore. Se ieri sera ci fosse stato un coro misto o comunque un coro professionalmente qualificato per quel palco o un cantante con disabilità (e ce ne sono), non ci sarebbe stato nulla da ridire, ma quello che abbiamo visto era un coro di persone con disabilità non adatto da un punto di vista professionale a quel contesto", prosegue Tomirotti.

In sostanza, il punto del discorso è riconoscere finalmente alle persone con disabilità il diritto alle competenze con tutto ciò che ne deriva, nel bene e nel male, proprio come succede per chi non ha nessun tipo di disabilità. Questo non significa dimenticarsi delle differenze o non attivarsi per riconoscere a tutti le stesse opportunità, ma non fare della disabilità ciò che definisce una persona, cancellando tutto il resto: "Bisogna avere il coraggio di analizzare le competenze della persona. Per capirci rimaniamo nell'ambito del canto – spiega Tomirotti – avere una disabilità non significa raggiungere in automatico un livello adeguato per finire sul palco dell'Ariston. Le persone che si sono esibite ieri non sono state valutate per il loro talento o la loro preparazione, ma soltanto in base alla loro disabilità".

La narrazione che infantilizza la disabilità

Questo approccio compassionevole procede di pari passo con un altro bias della narrazione della disabilità, ancora così interiorizzato nella nostra società da essere considerato "normale": infantilizzarla. "Io non capisco come sia possibile che in Italia una persona con una disabilità, soprattutto se intellettiva, viene trattata come un bambino anche se ha 50 anni", prosegue Tomirotti. "Una persona con disabilità con competenze – scrive infatti nel suo post – chiede spazio, cachet, rispetto. Una persona infantilizzata no. È più comoda".

Certo, potrebbe essere difficile cogliere il senso delle parole avendo nella mente i volti sorridenti dei membri del coro mentre cantavano con Laura Pausini "Si può dare di più". Ma è importante specificare ancora una volta che la loro felicità non ha nulla con questo discorso, perché "non è un criterio artistico o di inclusione". "È ovvio che erano felici, che era una cosa formalmente carina, perché per la prima volta, forse, sono stati presi in considerazione, male, ma sono stati presi in considerazione. Ma è qui che mi sorge la domanda: C'è bisogno di un palco per prendere in considerazione una persona? Ma soprattutto: Li abbiamo ascoltati prima di farli salire sul palco o li abbiamo solo parcheggiati lì?".

"Sanremo non è obbligato a inviare messaggi sociali, ma se proprio lo vuole fare, eviti il token disabilità usato male. Applausi. Luci. E zero cambiamento", conclude. Sì, si poteva davvero dare di più.

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