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Covid 19
10 Gennaio 2022
10:23

Deltacron potrebbe non essere una nuova variante ma un errore di laboratorio

Chiamata così dai ricercatori di Cipro per il suo mix di mutazioni di Omicron e Delta, la “Deltacron” non sarebbe un ibrido esistente ma il frutto di una contaminazione.
A cura di Valeria Aiello
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La variante soprannominata “Deltacron” dai ricercatori di Cipro, che hanno segnalato 24 casi di una forma virale che comprende alcune delle mutazioni di Omicron e altre di Delta, potrebbe essere un errore di laboratorio. Lo indicano diversi esperti che ritengono non si tratti di un nuovo ibrido di Sars-Cov-2 ma più probabilmente di una “contaminazione” avvenuta durante la procedura di analisi.

A far sorgere il dubbio che Deltacron non sia una versione ricombinante del virus sono diversi aspetti, tra cui il metodo utilizzato per l’analisi dei campioni, esaminati “tutti in blocco” dai ricercatori ciprioti. La notizia della scoperta e l’incertezza di parte della comunità scientifica arrivano in un momento in cui la variante Omicron sta spingendo i contagi oltre ogni picco mai registrato.

I dati di Deltacron da Cipro sembrano indicare una "contaminazione"

Anche se è possibile che diverse varianti del coronavirus si ricombinino tra loro e che i loro genomi formino nuovi ceppi (è accaduto con la variante Alfa B.1.1.7 e la variante B.1.429 scoperta in California), nel caso di Deltacron, la tesi della variante ibrida sembra essere una falsa pista o, come affermato su Twitter dal biologo molecolare Eric Topol dello Scripps Research Translational Institute di San Diego, una “scariant” (da “scary”, allarmante e “variant”, variante), cioè un qualcosa che non è nemmeno una vera variante ma spaventa le persone, inutilmente.

Anche Tom Peacock, virologo dell’Imperial College di Londra, è d’accordo. La variante Omicron probabilmente non è circolata abbastanza a lungo, in una popolazione abbastanza numerosa, da produrre un vero ricombinante, dice Peacock. E in ogni caso, i dettagli genetici di “Deltacron” pubblicati sul database GISAID non assomigliano a un ricombinante. “Sembrano, invece, essere chiaramente una contaminazione” avvenuta nel laboratorio dove sono state condotte le analisi. “Molto probabilmente (tutti i campioni) sono stati sequenziati nella stessa corsa di sequenziamento lo stesso giorno nello stesso laboratorio, che ha avuto un problema di contaminazione: questo è ciò che è stato generalmente riscontrato in passato” ha aggiunto Peacock. Ad ogni modo, secondo Topol, una variante Deltacron è “una cosa in meno di cui preoccuparsi”.

Come premesso, Deltacron non è un nome ufficiale e, al momento, alla forma virale descritta dai ricercatori di Cipro non è stata assegnata neppure una sigla che identifica il ceppo. Come evidenziato in un post su Facebook da Enrico Bucci, docente alla Temple University di Philadelphia e ricercatore di Biochimica e Biologia Molecolare, per sapere se Deltacron esiste davvero “dobbiamo escludere che nei campioni esaminati (tutti in blocco) vi sia un solo virus, contaminato dall’altro durante le procedure di laboratorio” e che di conseguenza “questi pezzi di sequenza corrispondenti ad un altro virus siano stati assemblati con pezzi di sequenza corrispondenti da un software o dalle procedure usate, senza che in realtà un virus mosaico sia davvero presente”.

Per chiarire meglio la situazione, Bucci fa anche un esempio. “Immaginate di avere un mucchio di fogli, corrispondenti alle pagine di due libri, ciascuna con il suo numero di pagina. Dovendo ricomporre un libro, potreste cominciare da uno e da una certa pagina in poi, magari perché molto simile tra i due libri, e continuare con l’altro: il testo finale che otterrete così – equivalente alla sequenza del virus – è un libro che non esiste, simile a un collage dei due libri di partenza”. Per sapere se davvero i dati dei ricercatori ciprioti corrispondono a un virus reale “mancano i dettagli e i controlli necessari per sapere se sono state assemblate ‘pagine da libri diversi’”. Di certo, ciò che è emerge è l’errore commesso dai ricercatori ciprioti che “hanno sbagliato a comunicare questi dati alle agenzie prima di verificare che corrispondano a qualcosa di reale”.

Il riferimento è al professore Leonidos Kostrikis, docente di Scienze biologiche all’Università di Cipro a capo del Laboratorio di Biotecnologia e Virologia Molecolare che ha chiamato il ceppo “Deltacron”. In seguito al polverone mediatico sollevato dalle sue affermazioni, Kostrikis ha difeso la sua scoperta, precisando che il nuovo ceppo non è emerso da un “singolo evento di ricombinazione” ma è il risultato di una “pressione evolutiva”. In particolare, in una dichiarazione inviata via e-mail a Bloomberg, Kostrikis ha affermato che i casi che ha identificato “indicano una pressione evolutiva su un ceppo ancestrale per acquisire queste mutazioni e non il risultato di un singolo evento di ricombinazione”.

Kostrikis ha inoltre spiegato che le infezioni da Deltacron sono state riscontrate in misura maggiore tra i pazienti ricoverati per Covid rispetto a quelli non ospedalizzati, quindi ciò escluderebbe l’ipotesi di contaminazione. I campioni, ha aggiunto il ricercatore, sono stati elaborati in più procedure di sequenziamento in più di un Paese, e almeno una sequenza da Israele depositata in un database globale mostrerebbe le caratteristiche di Deltacron. “Questi risultati confutano le affermazioni non documentate secondo cui Deltacron è il risultato di un errore tecnico” ha affermato Kostrikis.

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