Cosa sono le esperienze extracorporee e perché si fanno: la teoria di un nuovo studio

Le esperienze extracorporee, ovvero quelle strane sensazioni di percepirsi al di fuori del proprio corpo, dove spesso lo si osserva dall'alto come una sorta di entità spiritica che fluttua nell'aria, sono da tempo oggetto di studi neurologici e filosofici. Sebbene ci siano ricerche che hanno trovato delle associazioni positive, tendenzialmente si ritiene che alla base di questi episodi – che riguarderebbero tra il 10 e il 20 percento della popolazione globale – vi siano dei problemi di salute mentale. Come evidenziato da un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica specializzata Personality and Individual Differences, del resto, la maggior parte delle persone che hanno sperimentato le esperienze extracorporee – note anche con l'acronimo di OBE, dall'inglese Out of Body Experience – presentava proprio disturbi di natura psichiatrica.
Ansia, depressione e altri problemi mentali erano più diffusi fra coloro che avevano avuto episodi di OBE rispetto a chi non ne aveva mai avuti. Inoltre, più precocemente si era verificato il primo episodio di sentirsi all'esterno del proprio corpo, maggiori erano le probabilità di avere a che fare con un paziente psichiatrico. Ciò nonostante, secondo gli autori della nuova indagine, la psicopatologia rappresenterebbe solo una parte del racconto; in base a quanto emerso, infatti, le esperienze extracorporee potrebbero essere una sorta di meccanismo di difesa, innescato dal desiderio di fuga da traumi e altri eventi angoscianti responsabili di grande stress. Non a caso, per molte persone che sperimentano le OBE, questi eventi sono considerati bellissimi, addirittura tra i più significativi della loro vita, dato che vengono spesso interpretati come una sorta di immersione spirituale e incontro con l'aldilà.
A determinare che le esperienze extracorporee potrebbero emergere come una sorta di “corazza” contro eventi traumatici e gravemente stressanti è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della Facoltà di Medicina dell'Università della Virginia (Stati Uniti), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Centro di Ricerca sulla Spiritualità e la Salute (NUPES) dell'Università Federale di Juiz de Fora (Brasile) e del Dipartimento di Psicologia dell'Università della California di Los Angeles. I ricercatori, coordinati dalla professoressa Marina Weiler, docente presso il Dipartimento di Psichiatria e Scienze Neurocomportamentali dell'ateneo americano, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato i dati di oltre 500 persone adulte (con 18 anni e più), che hanno risposto a una serie di questionari su OBE, condizioni di salute sottostanti e altri elementi.
Incrociando tutti i dati è emerso che fra chi aveva vissuto esperienze extracorporee, nella stragrande maggioranza dei casi aveva avuto al massimo quattro episodi; molti meno, circa il 20 percento, ne avevano avuti cinque o più. Spessissimo le OBE emergevano in modo spontaneo, ma in alcuni casi venivano indotte attraverso sostanze stupefacenti, sessioni di meditazione o ipnosi. Sintomi di ansia, depressione e altre condizioni mentali erano più comuni tra chi aveva fatto queste esperienze, così come era diffusa una certa dissociazione. Ma c'è un elemento in particolare che ha catturato l'attenzione della professoressa Weiler e dei colleghi; il fatto che molte delle persone con OBE avevano subito dei traumi durante l'infanzia. Ciò è stato associato alla considerazione positiva delle esperienze extracorporee dalla maggior parte dei partecipanti; oltre il 70 percento ha infatti dichiarato di trarne benefici significativi, mentre per poco meno della metà si è persino trattato delle esperienze più belle della loro vita. A questi dettagli vanno anche associati una minore paura della morte e un senso di pace superiore.
Alla luce di queste informazioni, gli autori dello studio ritengono che le OBE non siano solo un riflesso di una psicopatologia di fondo, ma che possano emergere anche come meccanismo di difesa per sfuggire a eventi traumatici e angoscianti. “In questo lavoro, abbiamo scoperto che gli individui che hanno avuto esperienze extracorporee tendono a riferire una salute mentale peggiore rispetto a coloro che non ne hanno avute. Tuttavia, i nostri risultati suggeriscono anche che le esperienze extracorporee possano fungere da meccanismo di coping in risposta a traumi passati, piuttosto che essere causa di malattia mentale. Incoraggiamo i professionisti della salute mentale a riconsiderare il modo in cui interpretano queste esperienze e ad affrontarle con maggiore apertura e sensibilità”, ha sottolineato la professoressa Weiler in un comunicato stampa. Chiaramente i risultati dovranno essere confermati da indagini più approfondite.
Un recente studio ha determinato che circa il 40 percento dei pazienti sottoposti a rianimazione cardio-polmonare (RCP) può ricordare esperienze di pre-morte e percezioni analoghe alle OBE. Queste esperienze potrebbero dunque essere delle risposte adattive ai traumi, presenti e passati, non necessariamente associate a condizioni di salute mentale. I dettagli della ricerca “Are out-of-body experiences indicative of an underlying psychopathology?” sono stati pubblicati su Personality and Individual Differences.