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Come nascono le epidemie: scoperti i cinque fattori che le scatenano

Uno studio ha confrontato migliaia di ricerche sul rapporto tra cambiamento climatico e malattie infettive per individuare i fattori ambientali più determinanti. Mentre la perdita di biodiversità è emersa come la causa principale, l’urbanizzazione sembra perfino ridurre il rischio di nuovi focolai.
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Anche se il Covid-19 non è più un'emergenza sanitaria, ha lasciato in tutti noi la paura di un nuova pandemia. Anche per questo, capire cosa innesca la nascita di nuove malattie infettive è diventato uno degli obiettivi primari della ricerca scientifica. Oggi, sappiamo con certezza che il clima e l'ambiente possono avere un ruolo determinante nello sviluppo di nuovi focolai infettivi, ma non è ancora altrettanto chiaro quali sono i fattori ambientali maggiormente responsabili.

Un gruppo di ricercatori guidati dall'University of Notre Dame, negli Stati Uniti, ha voluto rispondere a questa domanda. Per farlo ha esaminato oltre 2.900 pubblicazioni sull'argomento in un'importante meta-analisi che ha confrontato il ruolo di cinque fattori ambientali: perdita di biodiversità, cambiamento climatico, inquinamento chimico, trasformazioni degli habitat e introduzione di specie non autoctone.

Quattro di questi fattori si sono rivelati collegati all'aumento del rischio di malattie infettive, ma uno di questi si è dimostrato più determinante degli altri. Inoltre, questo studio rovescia un dato finora ritenuto fuori discussione: ovvero il ruolo dell'urbanizzazione nell'aumentare il rischio di malattie infettive.

Qual è la prima causa ambientale delle malattie infettive

Dallo studio, i cui risultati sono stati pubblicati su Nature, è emerso che il fattore ambientale che più pesa nell'insorgenza di malattie infettive è la perdita di biodiversità. Seguono il cambiamento climatico e l'introduzione di specie aliene, ovvero non autoctone. Gli autori hanno spiegato che la perdita di biodiversità ha aumentato in modo significato la portata delle malattie infettive sia tra gli uomini che tra le altre specie animali.

D'altronde, per diverse malattie virali, come la malaria o l'influenza aviaria – oggi una delle minacce maggiori sulla sanità mondiale – è nota l'origine animale. Queste vengono infatti definite "malattie zoonotiche" o più semplicemente "zoonosi", termine che indica tutte quelle malattie che l'uomo può contrarre per il passaggio di un agente patogeno da animale a uomo. Le malattie zoonotiche rappresentano un grave pericolo per la salute umana: circa tre quarti delle malattie infettive emergenti si originano in questo modo.

Il ruolo inaspettato dell'urbanizzazione

I risultati di questo studio hanno però sorpreso gli autori per un altro dato, ovvero il ruolo dell'urbanizzazione rispetto al problema delle malattie infettive e delle loro conseguenze finali per l'uomo. Le aree urbane sembrano infatti essere associate a un minor rischio che si diffondano nuove malattie infettive.

Sulle cause di questo inaspettato risultato, i ricercatori hanno ipotizzato che questo potrebbe dipendere dalla minor presenza nelle città di specie animali che potrebbero fare da vettori. Ma anche dall'adozione delle norme igienico-sanitarie da parte delle persone, uno strumento fondamentale per ridurre il rischio di malattie infettive e dalla diffusione su larga scala.

A fronte di quanto emerso dallo studio, per ridurre il rischio di nuovi focolai di malattie infettive – ribadiscono i ricercatori – è necessario investire nella conservazione della biodiversità, nella riduzione delle emissioni di gas serra e prevenire l'arrivo di specie non autoctone. Possono sembrare fattori distinti, ma in realtà non sono altro che facce diverse di uno stesso problema: il cambiamento climatico, e il suo impatto sugli ecosistemi terrestri.

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