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Allarme influenza aviaria, il virus può essere molto più diffuso di quanto sappiamo

Negli Stati Uniti sempre più esperti sottolineano il rischio di sottovalutare la presenza del virus dell’influenza aviaria A (H5N1) ad alta patogenicità (HPAI) tra gli operatori negli allevamenti di mucche da latte, dove negli ultimi mesi sono stati segnalati diversi focolai. Preoccupano soprattutto la mancanza di adeguate misure di sorveglianza e protezione e il rischio di una diffusione silente tra gli operatori del settore.
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LAV | Aitor Garmendia
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Negli Stati Uniti il virus dell'influenza aviaria A (H5N1) ad alta patogenicità (HPAI) potrebbe essere più diffuso tra gli esseri umani di quanto riportano i dati ufficiali. Lo hanno messo nero su bianco in un intervento sul Washington Post tre esperti di epidemiologia e malattie infettive, che hanno segnalato il rischio della diffusione del virus tra gli operatori degli allevamenti di mucche da latte, tra i quali la presenza del virus potrebbe essere sottostimata, anche a causa delle inadeguate misure di prevenzione e controllo applicate finora.

D'altronde, da quando a inizio aprile 2024 è stato confermato il primo caso di infezione in un allevatore di mucche da latte in Texas, sono stati in molti, tra esperti e istituzioni, a sottolineare la necessità di non sottovalutare il rischio che l'influenza possa diffondersi anche tra gli uomini. Anche in Unione europea le autorità competenti hanno raccomandato prudenza, ammettendo che, pur senza fare allarmismi prematuri, il rischio di una nuova pandemia esiste ed è "preoccupante".

L'allarme degli esperti sul rischio influenza aviaria negli uomini

La notizia del primo caso di influenza aviaria in un allevatore bovino del Texas – che per fortuna non ha avuto sintomi gravi, ma solo una forma di congiuntive – ha avuto un certo impatto sull'opinione pubblica, soprattutto perché negli stessi giorni il virus H5N1 è stato rilevato anche nel latte destinato al commercio.

Ora, come spiegano Jennifer B. Nuzzo, Lauren Sauer e Nahid Bhadelia, i tre autori dell'intervento sul giornale statunitense, la presenza del virus nel latte pastorizzato non rappresenta in sé un pericolo: è stato osservato infatti che questo è comunque sicuro per l'uomo in quanto la pastorizzazione distrugge la capacità degli agenti patogeni di infettare le persone. Anche perché per il virus dell'influenza aviaria non è ancora disponibile un vaccino efficace.

Oggi il vero fattore di rischio, spiegano i tre esperti, è rappresentato dagli operatori degli allevamenti di mucche da latte, che per lavoro possono essere esposti ad animali infetti o a latte non ancora pastorizzato e quindi contaminato dal virus ancora attivo in grado di infettarli.

Perché gli allevamenti bovini sono un rischio

Le misure attuate finora dal governo, come i test raccomandati dal Dipartimento dell'Agricoltura per impedire la diffusione del virus tra i confini statali, non sarebbero secondo i tre esperti sufficienti. Per un motivo: la poca attenzione alla situazione epidemiologica negli allevamenti, soprattutto a fronte delle notizie degli ultimi mesi.

È vero che dopo il caso di aprile, non sono state segnalate altre infezioni negli uomini, né tanto meno negli allevatori, ma ci sono notizie non ufficiali secondo cui diversi operatori sarebbero stati male nello stesso periodo in cui i loro animali avevano contratto l'influenza aviaria. Nell'articolo si cita ad esempio la testimonianza della veterinaria Barb Peterson sulla rivista di settore Bovine Veterinarian: la specialista ha detto che non c'è stato un allevamento di quelli con cui ha collaborato in questi mesi in cui gli operatori non si sono ammalati.

Più protezioni e vaccini per i lavoratori del settore

Per evitare che il virus passi dalle mucche agli operatori e da questi ad altre persone anche esterne al settore è necessario rafforzare le misure di controllo e prevenzione a tutela dei lavoratori. Innanzitutto, quest'ultimi dovrebbero adottare in modo sistematico i dispositivi di protezione per occhi e le maschere raccomandati dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC).

Poi, c'è un altro ostacolo ancora più difficile da superare e che si intreccia con questioni sociali e politiche. È fondamentale infatti che chi lavora a contatto con animali potenzialmente infetti abbia un'assicurazione sanitaria, cosa che, essendo molti di loro immigrati, non è affatto scontata. Ma è anche necessario rimuovere i disincentivi fiscali previsti ora per chi segnala casi di infezione di influenza aviaria, fornire test rapidi in grado di rilevare il virus prima che si diffonda all'interno di tutta la struttura e garantire a tutti i lavoratori l'accesso a farmaci antivirali in caso di infezione.

Gli autori dell'articolo sono tre esperti della materia. Nuzzo è professoressa di epidemiologia e direttrice del Pandemic Center della Brown University School of Public Health. Lauren Sauer, dell'Università del Nebraska Medical Center, dirige lo Special Pathogen Research Network. Nahid Bhadelia, è un infettivologo e diretto del Center on Emerging Infectious Diseases della Boston University.

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