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Bambino trapiantato col cuore “bruciato”: il cardiochirurgo spiega come si decide se un paziente è trapiantabile

Nonostante l’Ospedale Bambino Gesù abbia definito il bambino “non trapiantabile”, il Monaldi di Napoli ribadisce che il piccolo resta in lista d’attesa. Il cardiochirurgo Carlo Pace Napoleone spiega quali sono i parametri che vengono presi in considerazione quando si valuta se un paziente è idoneo o meno al trapianto di un organo.
Intervista a Prof. Carlo Pace Napoleone
Direttore della Cardiochirurgia Pediatrica e delle Cardiopatie Congenite dell'Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino
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Il caso del bambino di due anni di Napoli che lo scorso 23 dicembre ha ricevuto un cuore "bruciato", ovvero fortemente compromesso, ha scosso l'Italia. Anche se soltanto i risultati delle indagini potranno spiegare cosa sia andato storto nel trasporto del cuore dall'Ospedale San Maurizio di Bolzano al Monaldi di Napoli, dove il piccolo è stato operato ed è attualmente ricoverato, sembra che a danneggiare l'organo sia stato il contatto con il ghiaccio secco che sarebbe stato messo nel contenitore dove il cuore era stato posto durante il trasporto.

Intanto continuano ad aggravarsi le condizioni del piccolo, al primo posto nella lista d'attesa per un nuovo cuore. Tuttavia, nonostante secondo il parere dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma, reso noto questa mattina dall'avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, il piccolo non sia più "trapiantabile", il Monaldi ha ribadito che il bambino "resta in lista trapianti". Secondo l'ospedale partenopeo quindi ci sarebbero ancora i margini per operare.

Senza scendere nel caso specifico – su cui soltanto i medici che se ne stanno occupando possono formulare un parere fondato – valutare se un paziente in attesa di un organo sia operabile o no è un processo molto complesso, in cui entrano in gioco diversi fattori, primo tra tutti le sue condizioni cliniche e la probabilità di sopravvivenza. Per capire meglio quali sono i parametri che vengono presi in considerazione in questo delicato processo, Fanpage.it ha contattato il professore Carlo Pace Napoleone, il direttore della struttura complessa di Cardiochirurgia Pediatrica e delle Cardiopatie Congenite dell'Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino.

Quali parametri vengono valutati per stabilire se un bambino può essere sottoposto a trapianto o meno?

Non conosco le condizioni cliniche del paziente, quindi posso parlare solo in generale. In tutti questi anni in cui mi sono occupato non solo di trapianti ma anche di cardiochirurgia pediatrica, ho imparato che i bambini a volte hanno risorse inimmaginabili. Nella mia esperienza mi sono occupato di bambini che sembravano senza speranze, ma che oggi sono vivi e ci vengono a salutare in ospedale. In questi casi è davvero molto difficile fare una previsione netta.

Cosa viene considerato in una valutazione di questo tipo?

Anche se non conosco i dettagli di questo caso specifico, parliamo di un bambino che da quando è stato trapiantato a oggi è tenuto in vita dall'ECMO. Parliamo di una macchina che su un bambino così piccolo generalmente già dopo due o tre settimane comincia a dare dei problemi. Quindi credo sia fondamentale riconoscere che i sanitari del Monaldi siano stati bravissimi a riuscire a tenere in vita il bambino per così tanto tempo.

Che tipo di problemi?

Dobbiamo tenere presente che questa macchina non svolge la stessa azione del cuore. Quest'ultimo pulsa, mentre l'ECMO è una pompa centrifuga quindi ha una portata continua non pulsatile, questo significa che non permette una pressione sistolica e una diastolica. C'è soltanto una pressione media, cioè un flusso di sangue continuo, e questo ha un impatto su su tutti gli organi, per questo già dopo due/tre settimane può iniziare a dare dei problemi nel paziente.

Quali sono gli organi più a rischio?

In genere quelli che ne risentono di più sono il il fegato, il rene e il polmone. Invece per quanto riguarda il cervello va fatto un discorso a parte. Abbiamo infatti la necessità di mantenere il paziente anticoagulato, perché altrimenti il sangue rientrerebbe dentro i circuiti della pompa, con il rischio di fenomeni embolici o emorragici all'interno del cervello. In questo caso, se si verifica un danno cerebrale esteso, purtroppo non c'è più nulla da fare.

Ci spieghi meglio

Chiaramente, in un paziente in attesa di trapianto in cui si dovesse verificare un evento simile, anche se il trapianto avesse buon esito, ci sarebbero danni neurologici così gravi da essere incompatibili con una vita che vale la pena di essere vissuta. Per quanto riguarda invece eventuali danni ad altri organi come reni, fegato o polmone è difficile capire quando si è arrivati al punto di non ritorno o ci sono margini di recupero.

Nella decisione quindi le condizioni del cervello sono determinanti?

Nella mia esperienza ho imparato che con i bambini si va sempre avanti, almeno che non ci sia un'evidenza schiacciante che non c'è più niente da fare e generalmente questo dipende dal cervello. Ma con un cervello funzionante e non compromesso, ho visto bambini riprendersi da situazioni terribili. Ribadisco che sto parlando in astratto e senza conoscere il caso nello specifico. Ovviamente questa valutazione può farla solo il team di medici che segue il singolo caso.

Quanto incidono in questa valutazione le probabilità di successo del trapianto?

Purtroppo quando si decide se un paziente è trapiantabile o meno non si valutano soltanto le sue possibilità di sopravvivenza all'intervento. Entra in gioco anche un altro tipo di valutazione. Ad esempio nel caso di un trapianto di cuore su un paziente pediatrico, bisogna sempre tenere a mente la scarsa disponibilità di organi donati.

Quando si decide di donare un organo a un bambino, questo viene tolto a un altro in lista d'attesa, quindi si deve avere l'onestà di capire se con quel trapianto ho buone probabilità di fare sopravvivere il mio paziente. Se è così allora vado avanti, se invece le possibilità di sopravvivenza sono scarse, è giusto che quel cuore vada a un altro bambino che ha più possibilità di sopravvivere. È chiaro che si tratta di una valutazione estremamente complessa.

A chi spetta questa decisione?

In condizioni normali spetta all'equipe medica del centro trapianti dove il paziente è ricoverato e dovrà essere operato. Ma è bene specificare che i centri trapianti in Italia per avere l'abilitazione sono sottoposti a verifiche ogni cinque anni, ovvero sono costantemente monitorati. Questa certificazione non viene data al singolo chirurgo ma a tutto il centro. Ed è quindi quest'ultimo a decidere se un singolo paziente è idoneo o meno al trapianto.

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