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Alzheimer, scoperto un “interruttore” che alimenta la perdita di memoria: coinvolte due proteine

Uno studio internazionale pubblicato su Molecular Psychiatry identifica un meccanismo chiave nella progressione dell’Alzheimer: coinvolte due proteine che, quando interagiscono, formano un complesso capace di danneggiare i neuroni.
A cura di Valeria Aiello
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Un “interruttore” nascosto nel cervello potrebbe contribuire alla perdita di memoria tipica dell’Alzheimer. È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato su Molecular Psychiatry, che individua un meccanismo molecolare coinvolto nel danno ai neuroni. La ricerca, guidata dal neurobiologo Hilmar Bading dell’Università di Heidelberg, in Germania, ha chiarito che questo “interruttore” si attiva quando due proteine — il recettore NMDA e il canale TRPM4 — interagiscono tra loro, formando un complesso neurotossico. “Insieme, formano un complesso che può portare danni ai neuroni e contribuire al declino cognitivo” spiega il professor Bading. Questo complesso proteico era già noto, ma il nuovo studio dimostra che è presente a livelli significativamente più elevati nei modelli di Alzheimer e che la sua formazione è strettamente associata alla perdita di memoria.

Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la possibilità di intervenire su questo meccanismo. I ricercatori hanno infatti utilizzato una molecola sperimentale, chiamata FP802, capace di impedire l’interazione tra le due proteine. “Nei modelli trattati, la progressione della malattia è risultata significativamente rallentata” ha affermato Jing Yan, ricercatore post-dottorato e primo autore dello studio. “Le capacità cognitive, come apprendimento e memoria, sono rimaste in gran parte preservate”.

Pur trattandosi di risultati ottenuti in modelli sperimentali, la scoperta si inserisce in un quadro più ampio di ricerca sull’Alzheimer, una delle principali cause di demenza a livello globale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 57 milioni di persone convivono oggi con una forma di demenza, un numero destinato ad aumentare nei prossimi decenni con l’invecchiamento della popolazione.

Un complesso di due proteine può contribuire alla progressione Alzheimer

Il meccanismo individuato dallo studio riguarda l’interazione tra due proteine: il recettore N-metil-D-aspartato (NMDA), che partecipa alla trasmissione del segnale tra le cellule nervose, e il canale ionico TRPM4, una proteina membrana presente anche nel sistema nervoso. In condizioni normali, l’attività dei recettori NMDA è essenziale per funzioni come memoria e apprendimento. Tuttavia, quando NMDA interagisce con il canale TRPM4, può formare un complesso neurotossico, che danneggia la cellule nervose e alimenta la perdita di memoria. È proprio la formazione di questo complesso a funzionare come una sorta di “interruttore”, che contribuisce al danno neuronale e al declino cognitivo. Il nuovo studio ha rilevato che il complesso NMDAR/TRPM4 è presente a livelli molto più elevati nei modelli murini di Alzheimer.

Per verificare il ruolo di questo meccanismo, i ricercatori hanno utilizzato una molecola sperimentale, FP802, progettata per interferire con la superficie di contatto tra le due proteine. Bloccando questa interazione, il composto impedisce la formazione del complesso neurotossico e interrompe la cascata di segnali dannosi per i neuroni.

Nei modelli murini trattati, questo intervento ha portato a una riduzione del danno neuronale e un mantenimento delle funzioni cognitive, come memoria e apprendimento. È stata inoltre osservata una diminuzione dell’accumulo di beta-amiloide nel cervello, considerato un segno tipico dell’Alzheimer.

Nel complesso, i risultati suggeriscono che intervenire su questo specifico meccanismo potrebbe rappresentare un approccio complementare rispetto alle attuali terapie, che puntano a ridurre o rimuovere l’accumulo di beta-amiloide, , come nel caso dei più recenti anticorpi monoclonali.

Invece di intervenire direttamente sull’amiloide, blocchiamo un meccanismo a valle, il complesso NMDAR/TRPM4, che contribuisce al danno neuronale e può favorire la progressione della malattia” ha aggiunto il professor Bading.

Secondo i ricercatori, questo approccio potrebbe avere applicazioni più ampie anche in altre malattie neurodegenerative, come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA). Tuttavia, lo stesso Bading invita alla cautela: “I risultati sono promettenti in ambito preclinico, ma saranno necessari sviluppo farmacologico, studi di sicurezza e trial clinici prima di una possibile applicazione nell’uomo”.

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