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Alzheimer, scienziati ripristinano la memoria in un test di laboratorio sorprendente: speranze per terapia

Un team di ricerca internazionale guidato da italiani è riuscito a ripristinare la memoria in modelli murini con demenza potenziando l’attività dei mitocondri. La scoperta getta le basi per potenziali e rivoluzionarie terapie contro l’Alzheimer e altre patologie neurodegenerative.
A cura di Andrea Centini
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Potrebbe sembrare assurdo, ma i ricercatori sono riusciti a ripristinare la memoria in modelli murini con declino cognitivo e altri sintomi della demenza, la cui forma più comune è il morbo di Alzheimer. Si tratta di un risultato straordinario, che getta le basi per potenziali terapie innovative e rivoluzionarie, anche alla luce del modo in cui è stato ottenuto, ovvero potenziando l'attività dei mitocondri. Tale risultato, tuttavia, per quanto promettente e significativo va preso “con le pinze”, principalmente per via del fatto che si tratta di uno studio preclinico, condotto su topi e anche cellule umane coltivate in laboratorio. Ciò che è che certo è che gli scienziati, catalizzando l'attività mitocondriale, ovvero degli organelli che fungono da fabbriche di energia delle cellule, sono riusciti a eliminare le alterazioni mnemoniche in animali con la forma murina dell'Alzheimer. Un mattone importante per approfondire la ricerca.

A ripristinare la memoria nei roditori è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'INSERM, dell'Università di Bordeaux (Francia) e del Dipartimento di Biologia dell'Università di Moncton (Canada), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi di diversi istituti: fra quelli coinvolti l'Istituto di ricerca medica Hospital del Mar di Barcellona (Spagna), il Dipartimento di neuroscienze dell'Università dei Paesi Baschi UPV/EHU, il Dipartimento di Scienze Biomediche e Biotecnologiche dell'Università di Catania e altri. Allo studio hanno collaborato diversi ricercatori italiani, compresi Giovanni Marsicano e Luigi Bellocchio dell'Endocannabinoids and Neuroadaptation U1215 NeuroCentre Magendie dell'INSERM, che hanno coordinato la ricerca assieme al professor Etienne Hebert-Chatelain, esperto di segnalazione mitocondriale e fisiopatologia presso l'ateneo canadese.

Da precedenti studi gli scienziati sapevano che le alterazioni dei mitocondri sono coinvolti in diverse patologie cerebrali, comprese quelle neurodegenerative alla stregua della demenza. Del resto il cervello è notoriamente l'organo che consuma più energia del nostro corpo, pertanto se qualcosa non funziona con l'attività mitocondriale che sintetizza l'ATP (adenosin trifosfato) è possibile immaginare effetti significativi a carico dei processi cerebrali. Tuttavia, determinare un legame specifico tra disfunzione mitocondriale e neurodegenerazione non è affatto così intuitivo. Inoltre, alla luce delle anomalie rilevate nei mitocondri delle persone con Alzheimer, non è chiaro se questo effetto sia una causa o una conseguenza della condizione. Da queste premesse l'idea di Marsicano, Bellocchio e colleghi di potenziare l'attività mitocondriale in topi modello per la demenza, al fine di verificare l'impatto di questo "riequilibrio". Ebbene, come indicato, la sperimentazione ha dimostrato che è possibile ripristinare le anomalie nella memoria proprio attraverso questo processo.

Gli scienziati hanno messo a punto un recettore artificiale chiamato mitoDreadd-Gs che è in grado di attivare le proteine G all'interno degli organelli, che da precedenti studi era noto che svolgessero un ruolo nella regolazione dell'attività mitocondriale all'interno del tessuto cerebrale. In parole semplici, attraverso farmaci che stimolano questo recettore, volevano dimostrare se il potenziamento dell'attività dei mitocondri fosse in grado di riequilibrare le anomalie energetiche e invertire di conseguenza la perdita di memoria nei topi. Il trattamento è stato somministrato a topi con la forma murina dell'Alzheimer e della demenza frontotemporale (quella che ha colpito Bruce Willis), così come a topi con deterioramento cognitivo innescato da cannabinoidi. Come specificato, sia prestazioni della memoria che attività mitocondriale sono state ripristinate grazie a questa inedita soluzione sperimentale.

“Questo lavoro è il primo a stabilire un legame di causa-effetto tra disfunzione mitocondriale e sintomi correlati alle malattie neurodegenerative, suggerendo che un'attività mitocondriale alterata potrebbe essere all'origine dell'insorgenza della degenerazione neuronale”, ha affermato il professor Marsicano in un comunicato stampa. I promettenti risultati dovranno chiaramente essere approfonditi per determinare se effettivamente, attraverso questo metodo, sia possibile mettere a punto terapie sicure ed efficaci per trattare l'Alzheimer e altre forme di demenza, le cui cause possono essere molteplici e variegate, abbracciando tanto la genetica quanto i fattori ambientali. Ancora non è chiaro il ruolo delle "proteine appiccicose" che si accumulano nel cervello, tuttavia è stato dimostrato che anticorpi monoclonali come il Donanemab che colpiscono le placche di beta-amiloide possono rallentare il declino cognitivo del 35 percento.

Questi trattamenti in sinergia con una procedura inedita basata sul potenziamento dei mitocondri potrebbe offrire significativi benefici. Non a caso un recente studio ha determinato che il rischio di Alzheimer è superiore nei figli di madri che perdono la memoria. Secondo gli autori della ricerca, ciò potrebbe dipendere proprio dai mitocondri, che vengono ereditati solo dalla madre. "I mitocondri possiedono un loro DNA, che può includere mutazioni che ne causano il malfunzionamento. Ricerche precedenti hanno già dimostrato che la disfunzione dei mitocondri è associata alla malattia di Alzheimer", aveva affermato il neuroscienziato Rahul Sidhu dell'Università di Sheffield, autore principale dello studio. "Il cervello è un organo affamato di energia, che assorbe circa il 20 percento dell'energia del corpo . Quindi non sorprende che la disfunzione nei mitocondri possa portare a un deterioramento cognitivo e potenzialmente al morbo di Alzheimer", evidenziava l'esperto.

"Il nostro lavoro ora consiste nel cercare di misurare gli effetti della stimolazione continua dell'attività mitocondriale per vedere se influisce sui sintomi delle malattie neurodegenerative e, in ultima analisi, ritarda la perdita neuronale o addirittura la previene se l'attività mitocondriale viene ripristinata", ha chiosato il professor Bellocchio, evidenziando che c'è ancora molto lavoro da fare per determinare l'effettiva potenzialità della nuova procedura nella pratica clinica. I dettagli della ricerca “Potentiation of mitochondrial function by mitoDREADD-Gs reverses pharmacological and neurodegenerative cognitive impairment in mice” sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Neuroscience.

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