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Alzheimer e memoria: scoperto cosa spinge il cervello a cancellare i ricordi

Uno studio pubblicato su PNAS identifica un recettore neuronale che guida la perdita delle sinapsi nell’Alzheimer. È il punto in cui convergono beta-amiloide e infiammazione.
A cura di Valeria Aiello
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La perdita delle sinapsi è uno dei processi più strettamente legati al declino della memoria nell’Alzheimer / Immagine iStock
La perdita delle sinapsi è uno dei processi più strettamente legati al declino della memoria nell’Alzheimer / Immagine iStock

La perdita di memoria è uno dei sintomi più caratteristici dell’Alzheimer, ma ciò che accade nel cervello quando i ricordi iniziano a svanire non è ancora del tutto chiaro. Ora, un nuovo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) contribuisce a fare luce su questo aspetto, mostrando che diversi segnali associati alla malattia, come l’accumulo di beta-amiloide e l’infiammazione cerebrale, possono agire attraverso uno stesso recettore neuronale, la cui attivazione è collegata alla perdita delle sinapsi.

Da tempo la ricerca sull’Alzheimer si concentra soprattutto sul ruolo della beta-amiloide, una proteina che tende ad accumularsi nel cervello formando placche. Allo stesso tempo, numerosi studi hanno indicato l’infiammazione cronica come un importante fattore di rischio per la malattia. Finora, però, questi due filoni sono stati spesso considerati separati. Il nuovo studio suggerisce invece un punto di contatto: beta-amiloide e infiammazione sembrano convergere sullo stesso recettore, attivando un processo che porta i neuroni a eliminare le proprie connessioni.

La ricerca è stata guidata dalla professoressa Carla Shatz dell’Università di Stanford, neuroscienziata del Dipartimento di Biologia e Neurobiologia e affiliata al Wu Tsai Neurosciences Institute, insieme alla prima autrice. la ricercatrice Barbara Brott. Un aspetto centrale del lavoro è l’idea che i neuroni non subiscano passivamente il danno, ma rispondano in modo attivo ai segnali patologici. “I neuroni non sono spettatori innocenti” spiega Shatz. “Sono partecipanti attivi”.

Questo cambio di prospettiva aiuta anche a rileggere i limiti delle terapie attuali. Oggi gli unici farmaci approvati puntano a ridurre le placche di beta-amiloide, ma i benefici clinici sono modesti e accompagnati da effetti collaterali non trascurabili. “Rimuovere le placche amiloidi non sta funzionando come sperato e, anche se funzionasse, risolverebbe solo una parte del problema” osserva Shatz. Secondo la professoressa, proteggere direttamente le sinapsi potrebbe essere una strategia più efficace per preservare la memoria.

La scoperta si inserisce in un quadro più ampio di ricerca sulla malattia di Alzheimer, che resta una delle principali cause di demenza a livello globale. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), oltre 57 milioni di persone nel mondo convivono con una forma di demenza, un numero destinato ad aumentare nei prossimi decenni.

Come l’Alzheimer spinge il cervello a dimenticare

Lo studio pubblicato su PNAS entra nel dettaglio di un recettore già noto ai ricercatori per il suo ruolo nella cosiddetta “potatura sinaptica”, un processo fisiologico che avviene durante lo sviluppo del cervello e nell’apprendimento. Questo recettore, chiamato LilrB2, era stato studiato da Carla Shatz già negli anni Duemila per il suo ruolo nel rimodellamento delle connessioni neuronali.

Nel 2013, il gruppo di Shatz aveva mostrato che la beta-amiloide è in grado di legarsi a LilrB2, inducendo i neuroni a rimuovere le sinapsi. Nel nuovo studio, i ricercatori hanno scoperto che anche le molecole coinvolte nell’infiammazione possono attivare lo stesso recettore. In particolare, una molecola della cascata del complemento, il frammento proteico C4d, è risultata capace di legarsi a LilrB2 e di innescare la perdita di sinapsi.

Per verificare questo meccanismo, il team ha iniettato C4d nel cervello di topi sani, osservando una rapida eliminazione delle connessioni neuronali. “E guarda caso, ha strappato le sinapsi dai neuroni” racconta Shatz, sottolineando quanto fosse inatteso il ruolo di una molecola finora considerata marginale.

Nel loro insieme, i risultati suggeriscono che beta-amiloide e infiammazione non siano percorsi paralleli, ma convergenti: entrambi possono attivare lo stesso recettore e spingere i neuroni a potare le sinapsi. Questo potrebbe spiegare perché colpire un solo bersaglio, come le placche amiloidi, non sia sufficiente a fermare la perdita di memoria.

C’è un intero insieme di molecole e percorsi che portano dall’infiammazione alla perdita di sinapsi che potrebbero non aver ricevuto l’attenzione che meritano” conclude Shatz. Secondo l’esperta, intervenire su recettori come LilrB2 potrebbe aprire nuove prospettive terapeutiche, puntando non solo a rimuovere le placche, ma a proteggere direttamente le connessioni che sostengono la memoria.

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