Il sequestro della ProActiva, le espulsioni e le indagini su sospetti terroristi, poi Bardonecchia, infine il caso Israele. Dopo una (breve) pausa, la questione immigrazione è tornata prepotentemente al centro del dibattito politico, in concomitanza con l’avvio delle consultazioni per la formazione del nuovo governo. E, quella che sembra essere una semplice coincidenza, potrebbe avere un peso determinante nella configurazione degli scenari futuri. Detta in altro modo, la questione immigrazione potrebbe essere la leva usata per forzare lo stallo, uno dei cavalli di Troja utili per rompere una impasse determinata da tatticismi e strategie post elettorali. Semplificando ancora: la gestione dell’emergenza (?) immigrazione potrebbe essere il terzo pilastro che potrebbe sorreggere il patto breve, dodici o diciotto mesi, fra Lega e MoVimento 5 Stelle, dopo la legge elettorale e una manovra che in qualche modo tenga dentro forme “compatibili” di flat tax e reddito di cittadinanza (per inciso, a parere di chi scrive, mancherebbe solo il quarto pilastro: un nome di garanzia per entrambi gli schieramenti, precondizione per una equa spartizione degli incarichi di governo).

È cosa nota che ci siano fazioni interne sia alla Lega che al MoVimento che spingono affinché vada in porto il tentativo di formare un esecutivo, magari di breve durata, per poi giocarsi tutto in una sorta di ballottaggio alle prossime elezioni. La ricerca dei punti in comune che permettano di colmare le oggettive distanze fra gli schieramenti appare però destinata a fallire: del resto, all’interno dello stesso centrodestra ci sono idee e orientamenti divergenti, per usare un eufemismo. Insomma, il tentativo guidato dai grillini di trovare una base programmatica intorno alla quale costruire un patto di governo appare piuttosto arduo, anche in considerazione della persistenza del “problema Berlusconi”.

Così, da un po’ circola un’idea, che poi è una sorta di filosofia del potere: non un patto di governo del Paese, ma di gestione delle emergenze. Vere o costruite che siano. Dell’emergenza “democratica”, ovvero dell’assenza di una legge elettorale in grado di garantire governabilità, già si è parlato abbastanza. Dell’emergenza “economica”, ovvero della necessità di fare una legge di bilancio che disinneschi le clausole di salvaguardia e impedisca l’aumento dell’IVA al 25%, si ragiona da tempo, a prescindere dalla soluzione che Mattarella deciderà di adottare. L’emergenza immigrazione, invece, è buona per ogni occasione e la stringente attualità sta dando una mano ai pontieri dell’accordo Lega – M5s. Che sono tanti e anche insospettabili, e stanno lavorando da tempo affinché da una parte ci si convinca a mollare definitivamente Berlusconi e dall'altra si bypassi completamente il dibattito interno. Nella lettura dei pontieri, un patto Di Maio – Salvini sarebbe garanzia di tempi brevi, di scelte nette e toglierebbe "la puzza di inciucio" dal dibattito pubblico.

Va letto in questo contesto il lungo e per certi versi inaspettato intervento di Paola Giannetakis, “candidato” ministro dell'Interno del MoVimento 5 Stelle, sul Blog delle Stelle. Una analisi sui rischi legati al terrorismo islamico, che chiama direttamente in causa i fenomeni migratori e la gestione dei flussi, dai toni assertori e netti. Ma soprattutto la descrizione di uno scenario di grande incertezza, volto a ingenerare ansia e timore nei cittadini, a forzare alcune letture, enfatizzando rischi e problematiche future. Qualche passaggio, per chiarire il concetto:

Il terrorismo home-grown rappresenta una crescente minaccia per la nostra sicurezza e aumenta di riflesso ed in risposta sia al cambiamento degli scenari internazionali, dai quali per lo più origina, che alle dinamiche sociali ed individuali che crescono nel nostro territorio. I rischi per la sicurezza interna possono essere derivanti da azioni di singoli o gruppi, estremisti di natura violenta, soggetti radicalizzati o foreign fighters reduci dagli scenari di conflitto.

[…] E' ragionevole ritenere che il fenomeno sia ancora sommerso e quindi prevedere una crescita e non una scomparsa del fenomeno. Pertanto i dispositivi adottati, che oggi appaiono adeguati agli interventi di prevenzione e contrasto, in prospettiva della reale evoluzione del fenomeno terroristico, a breve non riusciranno a rispondere con la stessa efficienza.

[…] Le misure giuridiche tradizionali sono oggi da rivedere […] Coloro che mostrano comportamenti di elevato rischio e concreta possibilità di reiterazione del reato devono essere soggetti a misure idonee che hanno come obiettivo la sicurezza della collettività prima di tutto.

[…] Governare adeguatamente i flussi migratori è una priorità alla quale si aggiunge la crescente preoccupazione di questi mesi, i chiari richiami di organi quali Frontex sulla possibilità concreta che molti dei foreign fighters di ritorno entrino nascosti nei gruppi di migranti che approdano sulle nostre coste.

Dietro l’apparente natura tecnica dell’intervento di Giannetakis non è difficile intravedere una strizzata d’occhio ad alcuni capisaldi della vulgata leghista del fenomeno migratorio: la tesi, mai dimostrata, secondo cui i terroristi arrivano sui barconi; l’idea di cambiare (ulteriormente) gli strumenti legislativi in modo da poter agire “a prescindere” dalle garanzie giuridiche per i sospettati di attentare alla sicurezza nazionale; l’apprezzamento per le espulsioni sistematiche; la sovrapposizione concettuale fra terrorismo e integralismo islamico; la sensazione di precarietà delle istituzioni preposte al contrasto e alla sorveglianza; l’obiettivo di indurre paura e insicurezza nei cittadini. Le proposte di Giannetakis sarebbero integrate da alcuni cavalli di battaglia della Lega: un "censimento" che sia precondizione per rimpatri massicci degli irregolari, il rilancio dei CIE come strutture detentive, la messa al bando delle ONG, la riduzione delle spese per l'accoglienza diffusa, in modo da "scoraggiare" cooperative e imprenditori che operano nel campo dell'accoglienza ai migranti, il monitoraggio sistematico di moschee e lo stop "temporaneo" all'apertura di nuovi centri religiosi.

Salvini impiegherebbe cinque minuti per sottoscrivere un approccio di questo tipo, "ideologicamente" più a destra di quello adottato da Minniti (e non era semplice). Ma soprattutto, Salvini e Di Maio potrebbero cavalcare la questione migranti facendone una delle bandiere dell'esecutivo del fare, avendo peraltro a disposizione le due più formidabili macchine di propaganda sui social, che lavorerebbero a pieno regime, amplificando la portata della minaccia e rilanciando la necessità di un cambiamento di rotta radicale.

Per ora, siamo ancora al lavoro sottotraccia, ma c'è una opinione comune che circola nei palazzi: lo stallo non potrà durare in eterno e qualcuno dovrà prendere l'iniziativa. E le opzioni in casa M5s sono sostanzialmente tre: o aspettare il "naturale cedimento" del PD alle pressioni di Mattarella e della Ue, per veder nascere un governo del centrodestra; o provare a far saltare il banco e tornare alle urne il prima possibile, vada come vada; oppure, appunto, stringere con Salvini il patto delle emergenze.