Maschera-Vendetta

La fiducia degli italiani nei partiti è del 3%, il dato più basso di sempre. Basterebbe solo questo dato, rilevato dal Barometro Politico di ottobre dell'Istituto Demopolis, per fotografare la situazione della politica del Belpaese. Invece, se possibile, la situazione è di gran lunga peggiore, con il livello dell'astensionismo che supera il 30% e il numero sempre crescente dei cosiddetti "indecisi" (che tendenzialmente potrebbero andare ad ingrossare il partito del non voto). Stupirsi ora non avrebbe alcun senso, eppure il fatto che la credibilità complessiva della nostra politica sia scesa a livelli così bassi è un dato di fatto che dovrebbe rappresentare "la prima preoccupazione della classe politica". Che però continua a restituire un'immagine disarmante, a tratti imbarazzante.

Non tanto a livello "alto", bisognerebbe ammetterlo. Perché in un modo o nell'altro qualcosa si è mosso, vuoi per il pericolo di essere irrimediabilmente travolti dall'onda dell'antipolitica (un termine che non ci ha mai convinto) e dell'indignazione popolare, vuoi per gli effetti rigoristi della svolta montiana, vuoi (in minor parte) per la mobilitazione interna agli stessi partiti. Il Parlamento sta discutendo della riduzione del numero dei parlamentari (questione sulla quale torneremo), della nuova legge elettorale (anche se la proposta passata in Commissione non convince), della riorganizzazione del finanziamento pubblico ai partiti e di una serie di altri provvedimenti che in qualche modo vanno nella direzione auspicata dalla quasi totalità degli italiani. Stesso discorso per alcuni provvedimenti già adottati, come le operazioni trasparenza per quanto riguarda i bilanci dei partiti, la riduzione dei privilegi per i parlamentari (compresi vitalizi ed indennità) e la razionalizzazione delle spese istituzionali di Camera e Senato (aspetti sui quali c'è ancora molto da lavorare, come vi abbiamo mostrato in questa infografica).

Il problema è che l'approvazione di questi provvedimenti sembra essere come la riverniciatura di un palazzo con le fondamenta marce e con i muri crepati. Perché ormai non passa giorno senza notizie di nuovi scandali, nuovi abusi, vecchi e nuovi (paradossali) privilegi, nuovi exploit da parte di improponibili rappresentanti del popolo. E conta relativamente poco che si tratti di questioni locali, provinciali o regionali, perché l'immagine di fondo è sempre la stessa: quella di una terra franca, dove per decenni ogni cosa è stata concessa, dove l'arroganza ed il senso di impunità erano valori consolidati, dove l'interesse collettivo era concetto privo del benché minimo senso. Insomma, il dorato mondo della politica, dove ai privilegi si somma il prestigio, al potere l'impunità, alla "fannulloneria" l'arroganza.

Non che le cose stiano necessariamente in questi termini. E non che sia giustificabile un qualunquismo che, lungi dal risolvere i problemi, diminuisce la forza di rivendicazioni palingenetiche e diluisce responsabilità precise e non necessariamente condivise. Ma allo stesso tempo non serve ripetere che ci sono tanti politici onesti, tanti funzionari integerrimi, tanti amministratori fondamentali e che svolgono un lavoro utilissimo per i cittadini: in un Paese normale non bisognerebbe sottolineare l'ovvio o premiare la normalità. E il timore ora è che al danno si sommi la beffa. Perché alcuni "presunti rimedi" in realtà rischiano di andare ad incidere anche su alcune garanzie fondamentali di democrazia e civiltà (un tema sul quale torneremo). E allo stesso tempo non basta cambiare "alcuni" uomini per risolvere quella che è una crisi di sistema. Occorre davvero un nuovo patto tra i cittadini e la politica. Un patto che non può prescindere dall'allargamento reale degli spazi di democrazia, da un deciso ricambio (non meramente generazionale) e dalla "concretizzazione" di concetti come trasparenza, democrazia e partecipazione al vivere civile. Un patto che si fondi su alcune idee di buonsenso e di decenza minima, con la politica che deve tornare al "servizio e alle dipendenze dei cittadini". Prima che sia troppo tardi…