Verrà annunciata a Pechino martedì 28 maggio e sarà una prima assoluta. Una mostra all'interno del Palace Museum, nella città proibita, per riavvicinare la Repubblica Popolare Cinese alla Santa Sede, per ristabilire le relazioni diplomatiche che i due Stati hanno interrotto quasi 70 anni fa. Un obiettivo politico da raggiungere attraverso l'arte. Secondo quanto ha potuto ricostruire Fanpage.it, i Musei Vaticani hanno accettato di trasferire nel museo statale di Pechino 78 opere. Si tratta di pezzi cinesi, per lo più quadri e sculture, che torneranno per la prima volta a casa, seppure solo per alcuni mesi. O meglio: sono già tornati a casa, visto che il trasporto è stato organizzato con largo anticipo. Il contratto è particolarmente significativo perché coinvolge direttamente i due Stati. Nemici storici, che grazie all'intraprendenza dei rispettivi leader, Papa Francesco e Xi Jinping, stanno ricominciando a parlarsi.

Una svolta politica con potenziali conseguenze in tutto il mondo. Perché da una parte c'è il rappresentante globale del cattolicesimo, storicamente alleato di governi capitalisti, che punta a fare proseliti anche nel più popoloso Paese sulla terra, dove da decenni la Chiesa è messa all'angolo. Dall'altra parte c'è invece il leader di un regime comunista che a breve, concordano tutti gli analisti, diventerà la principale potenza economica superando gli Stati Uniti e che, da quando è al potere, non ha mai nascosto le sue ambizioni globali. Cina e Vaticano hanno interrotto le relazioni diplomatiche nel 1951, dopo che la Santa Sede riconobbe Taiwan facendo saltare i nervi a Pechino. Ora i due storici nemici provano a riunirsi attraverso la bellezza: “beauty unites us” è infatti lo slogan scelto per la mostra, che dopo aver portato opere dei Musei Vaticani a Pechino farà il giro inverso, con pezzi del Palace Museum pronti ad essere ospitati in casa del Papa. La doppia esibizione è quella di cui si parla ormai da quasi due anni.

Finora, però, si sapeva solo della volontà di organizzarla. Lo avevano annunciato gli stessi Musei Vaticani nel novembre del 2017 parlando di «diplomazia dell'arte», e facendo dunque intendere già allora che l'iniziativa aveva un obiettivo più importante. Il concetto era stato espresso più o meno chiaramente in quell'occasione anche dal rappresentante cinese presente, Zhu Jiancheng, segretario generale del China Culture Investment Fund: «Lo scambio culturale precede la diplomazia», e questo evento «favorirà la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Cina e Vaticano», aveva detto il numero uno del fondo d'investimento, controllato direttamente dal ministero delle Finanze cinese. Dopo il contratto dello scorso settembre sulla nomina dei vescovi in Cina (d'ora in poi dovrebbero essere scelti di comune accordo con il Papa), il patto sullo scambio di opere d'arte tra i due Stati appare come un secondo passo concreto verso il riavvicinamento politico tra Pechino e la Santa Sede. Un percorso iniziato quasi tre anni fa, il 20 settembre del 2016, quando i Musei Vaticani furono invitati a Dunhuang, una piccola città della Cina situata al confine con la Mongolia, per partecipare alla prima edizione della manifestazione “Silk Road International Cultural Expo”. La presenza in quell'occasione del responsabile dei Musei Vaticani, Paolo Nicolini, un monsignore, ha segnato l'avvio della distensione nei rapporti. In pratica, invitando Nicolini la Cina ha riconosciuto di fatto per la prima volta dopo decenni l'autorità del Vaticano. Chi in questi anni ha seguito da vicino le negoziazioni dice che niente è stato lasciato la caso.

La città di Dunhuang è infatti un simbolo della Via della Seta, di quella antica ma soprattutto di quella futura. E la nuova rotta commerciale che Xi Jinping vuole ricostruire attraverso One Belt One Road, il progetto infrastrutturale che punta a unire la Cina all'Europa, è al centro anche del riavvicinamento con il Vaticano, tanto che uno dei principi elencati nel 2015 dal leader cinese come base per la realizzazione del progetto prevedeva proprio l’inclusione di scambi culturali tra gliStati coinvolti. La strategia ricorda per certi versi quella messa in atto all'inizio degli '70 da Cina e Stati Uniti, la cosiddetta diplomazia del ping-pong. Allora era stato lo sport, il veicolo usato. Con il risultato di aprire la strada alla visita di Richard Nixon in Cina nel '72. Ora è l'arte il mezzo preferito, ma anche questa volta l'obiettivo sembra lo stesso: far incontrare ufficialmente Papa Francesco e Xi Jinping. Quando, di preciso, non è ancora chiaro. Di certo Jorge Mario Bergoglio ha già detto più volte di essere disposto ad andare in Cina. Una prospettiva che non deve avere creato entusiasmo negli Stati Uniti, dove una folta schiera di cardinali, a partire da Raymond Burke, stanno facendo di tutto per mettere in difficoltà il Papa. Anche con l'aiuto di politici molto in vista, da Steve Bannon a Matteo Salvini.