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“Un amico mi ha fatto da scudo: lui è morto, io sono sopravvissuto”, la storia di Fares, da Gaza in Italia

Arrivato in Italia dopo nove interventi chirurgici senza anestesia: “Non considero un miracolo il fatto di essere sopravvissuto, considero un miracolo avere ancora la forza di raccontarlo”.
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Fares Al–Farra a Gaza
Fares Al–Farra a Gaza

Fares Al-Farra ha solo 20 anni, ma ha già vissuto altre nove vite. È arrivato in Italia poco più di due mesi fa, il 18 dicembre, grazie a una borsa di studio che gli ha dato la possibilità di rinascere ancora una volta.

"Ho salutato la mia famiglia e ho camminato attraverso le zone che non erano ancora state colpite dai bombardamenti", ricorda il giovane, "il rumore è sempre stato una costante in questi anni di genocidio, ma in quel momento non sentivo nulla. Mentre camminavo via da Gaza ho capito nel profondo che quella sarebbe potuta essere l’ultima volta che vedevo i miei genitori".

La stessa cosa che pensò nell'estate del 2024: si trovava in una tenda insieme a un amico quando una bomba israeliana li ha colpiti. Accanto a loro, una pompa di benzina è esplosa in un inferno di fuoco e detriti. "È successo in meno di due secondi, ma è sembrato un’eternità", racconta il giovane, "c’è stata un’esplosione violenta, fumo, polvere e una forza che ha scaraventato il mio corpo avanti e indietro più volte".

In quel caos, il destino ha deciso per entrambi. "Il mio amico è morto sul colpo, il suo corpo mi ha fatto da scudo, proteggendomi dall'impatto. Lui è morto, io sono sopravvissuto", continua Fares, "ho sentito qualcosa trafiggermi il braccio destro e un calore bruciante colpirmi il volto. In quel momento, ho pensato che il mio braccio fosse stato completamente reciso. Ho pensato che l’edificio fosse crollato e di essere rimasto intrappolato sotto le macerie. Ma non ho perso conoscenza. Sentivo delle voci che chiamavano, e ho risposto. Mentre la polvere si posava lentamente, ho capito che ero ancora vivo, gravemente ferito ma vivo".

Trasportato d'urgenza in un ospedale con un'auto civile, Fares si è ritrovato in un "carnaio" umano. “Il pronto soccorso era sovraffollato di feriti”, continua, “non c'erano letti, né antidolorifici adeguati, ho aspettato sul pavimento per 16 ore, con un dolore insopportabile. Il mio primo intervento chirurgico è durato tre ore e mezza. Mi sono svegliato con un fissatore metallico esterno nel braccio, diverse bende e schegge ancora conficcate nel corpo”.

È stato l'inizio di un calvario clinico durato nove interventi chirurgici, tra complicazioni e infezioni. "Ho fatto un intervento dietro l’altro, ogni volta speravamo fosse l’ultimo. Ho subito regolazioni al fissatore esterno, procedure di ricostruzione cutanea, chirurgia per la riparazione dei tendini e, infine, un complesso intervento di innesto osseo durato cinque ore, durante il quale l'osso è stato prelevato dalla mia gamba e trapiantato nel braccio", continua.

Molti degli interventi subiti sono stati effettuati senza o con anestesia solo parziale: "Potevo sentire tutto, le voci dei medici, la tensione, il dolore. La parte più difficile non era la sofferenza fisica, ma l’incertezza: avrei perso il braccio? Sarei mai tornato a una vita normale?".

Oltre alle bombe, Fares ha conosciuto la morsa della fame, nei mesi più duri della carestia imposta da Israele su Gaza. "Con la mia famiglia vivevamo tra due possibilità: sopravvivere un altro giorno o aspettare che fosse il nostro turno", continua.

Una volta arrivato in Italia, ha sentito il bisogno di trasformare quel dolore in parola scritta. Il diario che ha iniziato a scrivere per senso di responsabilità, per non permettere che la loro storia venisse raccontata solo "da lontano" da chi non ha mai respirato la polvere delle esplosioni, presto diventerà un libro. "Se il dolore può essere trasformato in parole, può diventare consapevolezza", afferma con convinzione il giovane.

Oggi Fares studia e guarda al futuro, pur consapevole che ricominciare da soli, lontano da casa, è una sfida titanica. Sente, però, di avere un dovere verso le proprie radici: "Ti rendi conto che devi essere forte, non solo per te stesso, ma per tutto quello che hai lasciato alle spalle", conclude, "non considero un miracolo il fatto di essere sopravvissuto, considero un miracolo avere ancora la forza di raccontarlo".

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