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Guerra tra Iran, Usa e Israele

Trattative dirette Libano-Israele, le voci degli sfollati: “Non vogliamo negoziati con chi voleva ammazzarci”

Cresce a oltre trecento il numero delle persone uccise mercoledì scorso, mentre si continuano ad identificare i corpi Israele accetta negoziazioni dirette con il Libano piegato dalle bombe e dalla crisi degli sfollati.
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Uno dei campi sfollati di Beirut. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida
Uno dei campi sfollati di Beirut. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida
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Il cielo è di nuovo rosa a Beirut, dove vige da ore una insolita calma. All’indomani del massacro con cui Israele ha ucciso più di trecento persone in meno di dieci minuti, su pressione americana Netanyahu ha accolto la richiesta di avviare trattative dirette con il governo libanese.

Mentre ancora dozzine di corpi o quel che ne rimane devono essere riconosciuti, mentre vengono esaminati i dna di arti rimasti senza busto, mentre madri aspettano ancora di poter seppellire i propri figli e i figli i propri genitori, chi tutto questo l’ha procurato si dice disposto a negoziare ma senza la cessazione delle ostilità.

Un sospiro di sollievo amaro e non per tutti, non per chi ieri è stato costretto a fuggire dai sobborghi del Sud, soggetti ad un nuovo ampio ordine di evacuazione, non per il milione e mezzo di persone che da più di un mese vive dentro tende ammassate in riva al mare, allo stadio, in scuole e alberghi. Non per chi crede che i negoziati diretti con Israele siano solo l’anticamera della normalizzazione dell’occupazione del sud.

Lo ripete una ragazza dagli occhi azzurri e brillanti, mentre l’amica accanto tiene alta la bandiera del Partito di Dio, Hezbollah: “Israele è bugiardo, una volta che normalizziamo, loro occuperanno il sud. Adesso tutti abbiamo paura di morire ma io ho più paura che loro vengano nel mio paese”.

È convinta di quello che dice, circondata da persone che la pensano come lei, in questa piccola manifestazione di piazza organizzata da coloro che rifiutano i negoziati diretti con Netanyahu.

“Non siamo contro le negoziazioni stesse ma contro dirette negoziazioni con qualcuno che fino a ieri ci stava ammazzando, perché vorrebbe dire riconoscerlo e legittimarlo”; spiega un’altra ragazza presente alla manifestazione.

Poco distante dal raduno c’è il Palazzo del Governo e la Moschea Mohammad Al Amin. Proprio alle spalle della Moschea, dentro quelli che un tempo erano negozi, oggi vivono circa 200 persone. Ammassate dentro tende o in rifugi creati all’interno di saracinesche chiuse, sono sfollati del Sud del Libano e dei sobborghi sud della capitale.

“La mia casa al sud è stata distrutta durante la guerra del 2024, con la mia famiglia ci siamo trasferiti a Dahye (sobborghi sud di Beirut), ma siamo dovuti scappare anche da li”, racconta Mariam, di 18 anni, “la vita qui è bella, ma non è comoda, non c’è acqua, viviamo nelle tende, con bagni chimici comuni. Non andiamo più a scuola”.

Rudaina è l'insegnante di questi giovani sfollati, anche lei sfollata da Dahye. La sua tenda, oggi, è accanto a quella che è diventata, invece, la scuola.

Una cucina comune, con cui dei volontari preparano pasti caldi per persone che, oltre la casa, hanno perso anche il lavoro. Così è anche nell’istituto professionale Rafic Hariri. Un istituto tecnico trasformato in shelter già nel 2024 e adesso di nuovo usato come rifugio per 330 famiglie. Famiglie fuggite dal sud del Libano e di Beirut e che da ieri sono costrette a fuggire di nuovo in seguito agli ultimi ordini di evacuazione dati dall’esercito isreaeliano.

“Mi sento triste per gli sfollati sciiti, ci sono molti che non hanno chiesto questo”, racconta un ragazzo a cui è stata bombardata la casa nel quartiere centralissimo di Bachura, “ma noi vogliamo vivere, vogliamo avere una vita normale senza rischiare di morire da un momento all’altro, senza perdere la nostra casa, i nostri ricordi, i nostri amori in pochi minuti. Vogliamo che questa guerra finisca”.

Mentre parliamo Israele continua a bombardare il Sud, che nel silenzio di questo cielo rosa di stasera sembra molto lontano da Beirut. La prossima settimana dovrebbero iniziare i negoziati tra Israele e il governo Libanese: mentre il Paese dei Cedri ancora piange il massacro di mercoledì, cresce il malcontento di una parte della popolazione e la speranza di un’altra.

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