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Opinioni

Taiwan, 50 anni dopo Mao stiamo entrando in una nuova fase? Perché il 2026 sarà un anno importante

A 50 anni dalla scomparsa di Mao, le recenti manovre militari su Taiwan, sullo sfondo delle crescenti tensioni con USA e Giappone, impongono una domanda scomoda: e se fossimo entrati in una nuova fase? Per Xi Jinping “la riunificazione della nostra madrepatria è inarrestabile”.
A cura di Gian Luca Atzori
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Esercitazioni militari Taiwan–Cina
Esercitazioni militari Taiwan–Cina

Cinquant’anni dopo la morte di Mao Zedong, la Cina che osserva Taiwan non è più quella della rivoluzione permanente, né quella del “nascondere le proprie capacità” di Deng Xiaoping. È una potenza sistemica, integrata, centrale. E soprattutto è una Cina che guarda un mondo dove le regole non sono state abolite, ma selettivamente sospese.

"Noi cinesi, su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan, condividiamo un legame di sangue e parentela. La riunificazione della nostra madrepatria, una tendenza dei nostri tempi, è inarrestabile!", ha detto il presidente Xi Jinping nel suo discorso di fine anno alla nazione. Il presidente ha rivendicato per la Cina un ruolo di attore globale per la pace e la stabilità. "Abbiamo continuato ad abbracciare il mondo a braccia aperte", ha detto nel suo discorso.

Negli ultimi mesi, intorno a Taiwan, qualcosa si è mosso. E non solo sul piano militare. Le manovre dell’Esercito Popolare di Liberazione – sempre più complesse, sempre più simili a prove generali di un blocco piuttosto che a semplici dimostrazioni di forza – si inseriscono in una cornice più ampia: l’erosione dell’ordine internazionale nato dopo il 1945. Non è un caso che Pechino alzi il tono proprio mentre Washington è distratta su più fronti e Tokyo, per la prima volta da decenni, verbalizza apertamente un possibile coinvolgimento militare nello Stretto.

Taiwan nell’assenza di ordine globale

A differenza del passato, questa pressione non si misura solo in slogan o sorvoli simbolici. Le ultime esercitazioni hanno coinvolto simultaneamente marina, aeronautica, forze missilistiche e guardia costiera, con decine di unità navali e quasi un centinaio tra aerei e droni operanti attorno allo Stretto in una singola giornata, molti dei quali entrati nella zona di risposta monitorata da Taipei. Sono state istituite aree di interdizione aerea e marittima per attività a fuoco vivo, con effetti diretti sul traffico civile e sull’aviazione internazionale, costretta a deviare o cancellare centinaia di voli. È un dettaglio spesso trascurato, ma rivelatore: il messaggio non è rivolto solo a Taiwan, bensì a chiunque dipenda dalla continuità delle sue connessioni.

Le esercitazioni “Justice Mission 2025”, che hanno simulato il controllo di porti chiave, la negazione dell’accesso alle forze esterne e il coordinamento tra marina, aviazione, missili e guardia costiera, non sono un’escalation improvvisa. Gli 89 tra aerei e droni e le 32 navi tra Marina, Guardia costiera e altre unità, sono l’ultimo anello di una catena che parte da lontano. Dalle crisi dello Stretto del 1995-96, prosegue negli anni 2000 con una pressione militare a bassa intensità ma costante, accelera dopo il 2016 con l’aumento delle incursioni aeree e navali e il superamento sempre più frequente della linea mediana, fino alla svolta del 2022 dopo la visita di Nancy Pelosi a Taipei. Da allora, la pressione si è stabilizzata in un modello permanente, multidominio e calibrato, culminato nelle esercitazioni su larga scala degli ultimi anni. Non guerra, ma nemmeno pace.

Non esercitazioni, ma prove di isolamento

La differenza rispetto al passato non è solo quantitativa, ma funzionale. Se un tempo le manovre servivano a “mostrare bandiera”, oggi servono a testare sequenze operative complete: ricognizione, presenza navale permanente, superiorità aerea locale, interdizione delle rotte, capacità di blocco selettivo. Negli ultimi cinque anni, le esercitazioni sono diventate più grandi, più frequenti e più vicine all’isola, tanto da essere definite da osservatori militari statunitensi come vere e proprie “prove generali”. Non è l’annuncio dell’invasione, ma l’abitudine all’idea che l’accesso a Taiwan possa essere interrotto in tempi rapidi.

Mappa delle esercitazioni cinesi “Justice Mission 2025” attorno a Taiwan (giorno 1): in rosso le zone dichiarate di esercitazione congiunta dell’Esercito Popolare di Liberazione, in arancione le aree di allerta marittima, in blu la zona di identificazione della difesa aerea taiwanese (ADIZ). I simboli indicano le posizioni stimate di unità navali della Marina cinese (PLAN) e della Guardia costiera (CCG), inclusa una nave d’assalto anfibio di tipo 075. La disposizione delle aree mostra una simulazione di accerchiamento e interdizione dell’isola.
Mappa delle esercitazioni cinesi “Justice Mission 2025” attorno a Taiwan (giorno 1): in rosso le zone dichiarate di esercitazione congiunta dell’Esercito Popolare di Liberazione, in arancione le aree di allerta marittima, in blu la zona di identificazione della difesa aerea taiwanese (ADIZ). I simboli indicano le posizioni stimate di unità navali della Marina cinese (PLAN) e della Guardia costiera (CCG), inclusa una nave d’assalto anfibio di tipo 075. La disposizione delle aree mostra una simulazione di accerchiamento e interdizione dell’isola.

Eppure, parallelamente, potrebbe sembrare che Pechino abbia abbassato il volume dell’intimidazione militare diretta negli ultimi mesi del 2025. Meno sortite, meno incursioni, più messaggi politici rispetto all’anno precedente. Una contraddizione? Un cambio di fase? Come rilevato da diversi analisti cinesi e internazionali, la leadership di Xi Jinping sembra oggi più interessata a preparare il terreno politico e narrativo che a forzare i tempi sul piano militare. Ricalibrare, non rinunciare.

Costruire l’inevitabile

Questo si riflette anche su altri piani. Pechino ha avviato una serie di iniziative simboliche e comunicative che puntano a normalizzare l’idea della “riunificazione” come processo storico, non come evento traumatico. Dalla creazione di una nuova giornata commemorativa nazionale legata a Taiwan, alla produzione di contenuti culturali dedicati alla storia dei legami tra isola e continente (come la nuova serie della CCTV, Silent Hon­our, su una spia comunista a Taiwan nel post-1949), fino alla diffusione virale di immagini satellitari ad alta definizione che mostrano Taiwan come uno spazio già mappato, conosciuto, interiorizzato. Non sono dettagli: è costruzione di immaginario.

Allo stesso tempo, la pressione si sposta sull’opinione pubblica taiwanese e sulle sue fratture interne. L’attenzione riservata al Kuomintang e alla possibilità di un riequilibrio politico sull’isola segnala che Pechino non esclude – anzi, continua a privilegiare – una soluzione che passi anche dalla politica, dalla stanchezza, dal dubbio. La riduzione temporanea dell’attività militare non è un segnale di distensione, ma parte di una strategia più sofisticata: convincere, isolare, rendere inevitabile.

Il 2026 rappresenta infatti per Taiwan un passaggio politico rilevante. Oltre al voto locale di novembre, che tradizionalmente funziona da termometro nazionale e da prova generale per le presidenziali successive, l’anno sarà segnato dalla ristrutturazione degli equilibri nei principali partiti, in particolare nel Kuomintang e nel Taiwan People’s Party, chiamati a definire leadership, linee e alleanze in vista del 2028. È anche l’anno in cui il nuovo presidente, eletto nel 2024, entra nella fase centrale del mandato, cruciale per lanciare riforme, ridefinire la postura verso Pechino e consolidare il rapporto con Washington. Per la Cina, questi appuntamenti contano quanto – se non più – delle manovre militari: perché il vero terreno di competizione resta la politica interna taiwanese, la sua tenuta sociale e la direzione che l’elettorato sceglierà nel rapportarsi con il continente.

Una nuova fase per Pechino?

Il contesto globale, del resto, parla chiaro. Se la Russia può invadere un paese sovrano e annettere di fatto due regioni strategiche; se Israele può radere al suolo Gaza, territorio riconosciuto da oltre 150 Stati, senza subire sanzioni sistemiche reali; se il principio di autodeterminazione vale solo quando non collide con interessi geopolitici maggiori, allora la domanda – cinica ma razionale – si pone da sola: perché la Cina non dovrebbe poter usare la forza contro un’isola riconosciuta come Stato da una manciata di piccoli Paesi e non riconosciuta formalmente nemmeno da chi dichiara di volerla difendere?

Taiwan è il paradosso giuridico perfetto dell’ordine liberale: non è uno Stato per il diritto internazionale dominante, ma viene trattata come tale quando serve contenere Pechino. È una democrazia, ma senza seggio all’ONU. È un alleato strategico, ma sacrificabile sul piano formale. Questa ambiguità ha funzionato finché gli Stati Uniti potevano garantire deterrenza credibile ovunque. Oggi non è più così.

Il punto di rottura del mondo che verrà

La RAND Corporation lo dice senza giri di parole: Washington non è strutturalmente in grado di sostenere tre fronti simultanei ad alta intensità – Ucraina, Medio Oriente, Indo-Pacifico. Le scorte si assottigliano, l’industria bellica non tiene il passo, il consenso politico interno vacilla. Questo non significa che gli Stati Uniti non difenderebbero Taiwan. Significa che la certezza automatica della risposta non è più garantita. E nella deterrenza, il dubbio è già una crepa.

È qui che si apre quella che molti strateghi definiscono una “finestra di opportunità”: temporanea, instabile, ma reale. Pechino la osserva con attenzione, consapevole che potrebbe chiudersi se Washington riuscisse a ricompattare alleanze, rilocalizzare produzione militare e ridurre l’impegno su altri fronti. Ma è altrettanto consapevole degli enormi ostacoli di un’invasione: la geografia ostile dello Stretto, la capacità difensiva taiwanese, il rischio economico sistemico, il colpo devastante alle catene globali dei semiconduttori, l’isolamento diplomatico che – a differenza della Russia – colpirebbe il cuore commerciale cinese. Per questo, almeno per ora, la Cina non invade. Logora. Isola. Normalizza l’idea dell’inevitabilità. E nel frattempo misura le reazioni.

La fine del multilateralismo, la fine dell’Ue

In questo quadro, l’Unione Europea appare sempre più costretta a un realismo silenzioso. Con i rapporti con Mosca compromessi e quelli con Washington sempre più asimmetrici, Pechino resta il grande partner commerciale senza alternative credibili. Bruxelles parla di “de-risking”, ma pratica il dialogo. Condanna le manovre, ma evita rotture. Perché sa che, nel mondo che si sta formando, l’autonomia strategica è più evocata che reale.

Il nodo, più che ideologico, è strutturale. Nel mondo multipolare che sta prendendo forma, lo spazio per una potenza eminentemente multilaterale come l’Unione Europea tende a ridursi, soprattutto se il confronto tra i grandi attori continua a organizzarsi in termini di competizione tra blocchi. Il rischio non è l’irrilevanza immediata, ma una progressiva marginalizzazione decisionale. Allo stesso tempo, l’indebolimento del multilateralismo non è privo di costi nemmeno per la Cina: anche per Pechino, l’attuale finestra strategica non è illimitata e potrebbe restringersi qualora le direttrici euroasiatiche promosse da Xi Jinping incontrassero ostacoli crescenti, rendendo il Pacifico l’unico teatro di proiezione possibile.

Forse non siamo ancora entrati in una nuova fase. Ma di certo stiamo uscendo da quella vecchia. E Taiwan, come spesso accade nella storia, rischia di essere il luogo dove le contraddizioni dell’ordine internazionale smettono di essere teoriche e diventano irreversibili. Cinquant’anni dopo Mao, la Cina non esporta più la rivoluzione. Ma osserva un mondo che ha smesso di credere alle proprie regole. E prende nota.

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Classe 1989, Sinologo e giornalista freelance, è direttore tecnico e amministrativo di China Files, canale di informazione sull'Asia che copre circa 30 aree e paesi. Collabora con diverse testate nazionali e ha lavorato per lo sviluppo digitale e internazionale di diverse aziende tra Italia e Cina. Laureato in Lingue e Culture Orientali a La Sapienza, ha proseguito gli studi a Pechino tra la BFSU, la UIBE e la Tsinghua University (Master of Law – LLM).  Atzori è anche Presidente e cofondatore dell'APS ProPositivo, organizzazione dedita allo sviluppo locale in Sardegna e promotrice del Festival della Resilienza.  
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