Proteste in Iran

Shervin Haravi: “In Iran non sono proteste, è una rivoluzione. Servono attacchi informatici per battere il regime”

L’intervista di Fanpage.it a Shervin Haravi, avvocata e attivista dei diritti umani iraniana: “Questa è una rivoluzione. Dati interni ci dicono che si è arrivati a circa 20mila persone uccise durante le manifestazioni. Fare presto per fermare questo massacro”.
A cura di Ida Artiaco
7 CONDIVISIONI
Immagine
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su

"Quella che sta vivendo l'Iran è una rivoluzione, partita dai commercianti e che ora coinvolge tutta la popolazione. C'è una situazione drammatica che ha portato a questo momento di non ritorno. Ma si deve fare presto se si vuole intervenire e fermare questo massacro: mi hanno raccontato che dai tetti delle case versano l'acqua bollente sulle persone che manifestano per poi sparargli negli occhi". A parlare a Fanpage.it è Shervin Haravi, avvocata e attivista dei diritti umani iraniana, che ha spiegato cosa sta succedendo in Iran e perché la comunità internazionale deve intervenire al più presto.

Cominciamo innanzitutto col definire quello che sta succedendo in Iran. È solo una protesta o c’è qualcosa di più?

"Questa è una rivoluzione. E la conferma è arrivata nel momento in cui si è estesa a tutte le 31 regioni del Paese e a oltre 500 città. Sono proteste che sono iniziate il 28 dicembre e stanno continuando ancora adesso, nonostante la repressione violenta da parte del regime. Tra l'altro, secondo dati di ultima ora, sono entrate più di 5000 milizie irachene per aiutare il regime nel proseguire questo massacro.

Quindi allo stato si parla di vera e propria rivoluzione che coinvolge persone con hijab e senza hijab, credenti e non credenti, donne, uomini, giovani, anziani che, nonostante siano disarmati, sono scesi nelle piazze. Adesso i dati sono sempre più allarmanti perché si parlava nei primi giorni di 500 persone uccise. Adesso ne sarebbero oltre 12mila. Dati interni ci dicono che si è arrivati a circa 20mila persone uccise durante le manifestazioni. Vengono uccisi con kalashnikov e mitragliatrici, quindi con armi da guerra".

Quali sono le radici di questa rivoluzione?

"Si parte da una crisi economica profonda. I primi a scendere in piazza e a fare lo sciopero nei bazar sono stati i commercianti, che non riescono più a vendere i prodotti acquistati, nonostante abbiano sempre rappresentato la parte conservatrice e quindi quella che ha sempre appoggiato il clero della Repubblica islamica.

I commercianti sono insorti e nell'arco di pochi giorni sono stati appoggiati dagli studenti delle università, dai lavoratori di vari settori, da quello degli infermieri a quello degli insegnanti. Sono stati coinvolti tutti i ceti sociali perché anche nelle testimonianze si è sempre parlato di questa impossibilità di arrivare a fine mese. Così possiamo capire la drammaticità della situazione economica e le difficoltà quotidiane, come la mancanza di corrente durante il giorno, la mancanza di acqua, frigoriferi vuoti, impossibilità di comprare anche un po' di yogurt o un po' di pane. Quindi veramente è una situazione drammatica che ha portato a questo momento di non ritorno".

Per quanto riguarda il blackout informatico, alcuni dicono che potrebbe durare fino a marzo. Ha ancora dei parenti in Iran? È riuscita a metterso in contatto con loro in qualche modo? 

"In questi otto giorni abbiamo avuto la possibilità di sentire soltanto due persone della nostra famiglia. La prima l'abbiamo sentita perché un nostro parente è all'estero e quindi si è appoggiato alla rete Starlink ed è riuscito attraverso questo dispositivo a mettersi in contatto con alcuni che poi tra l'altro non sono a Teheran. Sono in altre città che comunque anche stanno vedendo un massacro veramente devastante, come è stato confermato anche dalle ultime testimonianze di ragazzi che stanno rientrando in Italia e che ho sentito in questi giorni. Uno di loro mi diceva che dai tetti delle case versano l'acqua bollente sulle persone che stavano manifestando per poi sparargli negli occhi.

E c'è da dire che tutto questo va in contrasto invece con quello che continua a dire la Repubblica islamica. I suoi rappresentanti parlano ancora di negoziato, ma non si può pensare di negoziare con un regime del genere, che uccide i propri cittadini e che ha finanziato per decenni i gruppi terroristici. Se pensiamo alla politica estera della Repubblica Islamica, quest'ultima si è basata molto sul finanziare Hamas, Hezbollah, Huthi, al-Shabaab. Quindi, per far sì che non attaccassero direttamente l'Iran.

Però al tempo stesso ha investito i soldi degli iraniani in questo tipo di politiche fallimentari. Per non parlare anche dei rapporti con il Venezuela. Anche lì, sono stati fatti 2 miliardi di investimenti con il denaro degli iraniani, ennesimo esempio di politiche fallimentari che hanno portato a quello che stiamo vedendo oggi".

È vero che è stato chiesto un riscatto fino a 10mila euro alle famiglie per ricevere per far tornare indietro i corpi dei manifestanti uccisi?

"Purtroppo se queste somme siano precise o meno è difficile sempre da dire però comunque vengono chieste per avere indietro i corpi delle persone che sono state uccise. Io mi sento in difficoltà perché umanamente solo se ci si immedesima e si immagina che un proprio parente viva la stessa situazione si riesce veramente ad agire, a dare una mano al popolo iraniano. E adesso? Abbiamo oggi la possibilità, attraverso le tecnologie e gli strumenti che hanno specialmente gli Stati Uniti, di fare degli attacchi informatici ai centri di comando del regime, mettere in difficoltà le comunicazioni tra i Pasdaran e l'intelligence e tutte le strutture interne del regime".

Cosa deve essere fatto per evitare ulteriori massacri? 

"Ripristinare la possibilità degli iraniani di comunicare con l'estero. In secondo luogo, fare attacchi informatici, quindi mettere in difficoltà il regime, sequestrare i beni del regime all'estero, operare anche con le azioni diplomatiche, quindi espellere i rappresentanti della Repubblica islamica che sono nell'Unione europea. Sono tutti strumenti che inevitabilmente metterebbero in difficoltà il regime. E poi cercare di unire i leader occidentali su questa linea: se anche la vogliamo mettere su un altro piano, su quello economico ad esempio, immaginiamo un Iran libero. Noi sappiamo che l'Iran è un Paese ricchissimo di risorse minerarie, tra i primi nel mondo per gas, petrolio e anche rame, oltre ad altre risorse minerarie importanti e poi pensiamo invece a tutto il konw how che abbiamo noi in Italia o comunque all'estero, le infrastrutture e tutte le collaborazioni che si possono fare. Ma dobbiamo fare presto: non c'è tempo, adesso già è tardi.

Noi dovremmo veramente dare un aiuto concreto. Lo possiamo fare con un'informazione giusta, attraverso le manifestazioni che ci saranno in questi giorni, ma anche attraverso un impegno a far muovere la politica e non solo quella nazionale. Io ci tengo a ribadire che non c'è colore politico. Io invito la maggioranza, l'opposizione, invito tutti a mobilitarsi. Stiamo parlando di diritti umani. E la Repubblica islamica è un pericolo per tutto il mondo non soltanto per il popolo iraniano".

7 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views