
Aiutatemi: cos’avrebbe detto di così rivoluzionario, il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, sulla guerra in Iran di Donald Trump e Benjamin Netaniyahu?
È quando ha detto che il "diritto internazionale che ci protegge tutti, soprattutto i più vulnerabili”?
O quando ha detto che “non dobbiamo dare per scontato che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso conflitti e bombe”?
È quando ha detto la guerra di George W. Bush all’Iraq di Saddam Hussein ha regalato agli europei “un mondo più insicuro e una vita peggiore”?
O quando ha detto che da questa guerra “non emergerà un ordine internazionale più equo, né produrrà salari più alti, servizi pubblici migliori o un ambiente più sano”?
È quando ha detto che i governi devono “migliorare la vita delle persone, per fornire soluzioni ai problemi, non peggiorarla”?
O che la guerra arricchisce sempre i soliti miliardari, “gli unici che vincono quando il mondo smetterà di costruire ospedali per costruire missili”?
Perché il punto alla fine è tutto qua.
Che non dovrebbero stupirci le frasi di Sanchez, ma altre parole
Quelle del nostro ministro degli esteri Antonio Tajani secondo cui “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”.
Quelle del presidente francese Emmanuel Macron quando dice che “per essere liberi bisogna essere temuti e potenti”.
Quelle della presidente del consiglio Giorgia Meloni che da vera patriota l’unica cosa che sa dire è che la preoccupa “il contesto generale” sia mai che a nominarlo Donald Trump si indispettisca.
O quelle del vicepremier-pacifista-per-Mosca Matteo Salvini secondo cui “se un regime prepara la bomba atomica, chi è intervenuto ha fatto bene”, e vagli a spiegare che l’Iran non ha la bomba atomica, mentre Vladimir Putin, con cui lui vorrebbe scendere a patti dal 2022, invece sì.
Ecco: il problema non è quel che ha detto Sanchez.
Il problema è che Sanchez ci sembra un rivoluzionario perché ci siamo abituati a tutti gli altri.
E forse è questo ciò di cui dovremmo preoccuparci davvero.